Carmen Consoli, l’abitudine di rispettare la musica

carmen-consoli-copertina

Carmen Consoli è tornata e ha affermato: “L’ho fatto perché avevo qualcosa da dire; se non avessi avuto nulla da raccontare, sarei rimasta ancora in silenzio”. Ho letto questa frase, ho sorriso compiaciuto e ho pensato “solo un’artista di valore come lei può ancora vantare il lusso di saper rispettare la musica”. Il lusso -ormai in disuso- di sapersi ascoltare, di concedersi il tempo, che serve e che non prevede (o, più cautamente, non dovrebbe prevedere) scadenze, per guardarsi intorno e per viverci in mezzo. Con uno sguardo vigile e attento, con uno sguardo visceralmente umano. Sembra che, le storie che racconta in questo disco, le abbia vissute sulla propria pelle, con tutto il tormento prepotente che può comportare vivere una sconfitta, una perdita, un rammarico; e persino una felicità consapevole, che sembra che –lucidamente- possa abbracciare questa vita, perché “non è un sogno, non è una spietata chimera”. E sembra che, prima di raccontare queste storie, abbia concesso loro di guarire, di non essere sfoghi rabbiosi, ma racconti maturi, intensi e sinceri, acutamente ironici e irrimediabilmente concreti, dal retrogusto spesso amaro. Storie di una donna cresciuta e del suo punto di vista materno e sofferto, ma mai imbruttito: i brani di “L’abitudine di tornare” sono un grido raffinato di speranza, un urlo che non scalpita per farsi sentire: non soffoca il proprio dolore, non lo abbellisce nemmeno. Lo vive intensamente, con rispetto ma mai con un atteggiamento dimesso di sottomissione; lo percorre come un ponte che collega due terre, che –nel mezzo- concede, sornione, la paura di restare in equilibrio e, insieme, la timida gioia di saperlo attraversare. Carmen non tradisce il bisogno di restare fedele a se stessa e alla propria singola, sofferta verità. Perciò non propone un insegnamento, una soluzione o una morale. Propone se stessa, propone quello che ha catturato con la sua infallibile sensibilità: non fotografie di storie, ma immagini nitide di sentimenti risolti.

“L’abitudine di tornare” è un disco educato, ma sincero; raffinato, ma non d’elite; viscerale, ma non d’impulso; di una bellezza invadente, ma garbata. E mi prendo la responsabilità di dire che, chi ha già mosso le prime critiche, l’ha sentito, ma non l’ha ascoltato. Perlomeno, non come un lavoro del genere meriterebbe. Si percepisce che si tratta di un percorso di vita, non di semplice scrittura. Non si è chiusa nel silenzio di un laboratorio, per pensare, per indagare, per immaginare un’invenzione da comporre e cantare. Si è aperta al mondo, al suo abbagliante splendore e alla sua fastidiosa omertà, alla quotidiana sopportazione della miseria, all’amore e alle sue imprevedibili declinazioni: c’è l’amore disattento e arrugginito, persino stancamente disilluso, di “L’abitudine di tornare” e quello impacciato e ingenuo di “Ottobre”, un sentimento che ha fame di vita, che si porta dietro il peso e la leggerezza della crudele rincorsa alla conoscenza di sé. Un sentimento che vive negli anni incerti della crescita, quando ancora c’è tempo e il tempo sembra l’unica cosa che manchi. C’è l’amore profondo e mai sopito per la Sicilia, per una Palermo maltrattata e derisa dalla gente che “non ha mai visto né sentito niente”; e quello ormai finito, che non ha il coraggio di dirselo, nonostante regni “una profonda solitudine, la forza di inerzia”, cantato in “Sintonia imperfetta”. Carmen racconta anche quando un bene diventa ossessione (“La signora del quinto piano”) e quando si fa ostinatamente coraggio (“E forse un giorno”). “San Valentino” lascia spazio ad un sentimento puro, intenso, un desiderio redivivo di lasciarsi accarezzare dal futuro (“l’universo inventerà per noi stagioni insolite […] puoi crederci”). E l’ultimo brano, “Questa piccola magia”, lascia -sul volto dell’ascoltatore- un piacevole sorriso di malinconia, un abbraccio di corpi che si abbandonano al bisogno di crederci. “E quasi comincio a credere che la felicità abbraccerà questa vita”, canta Carmen nell’ultimo verso dell’ultimo brano del disco. E diventiamo tutti parte di un piccolo miracolo, fatto di intenti e stenti umani. Diventiamo tutti complici della nostalgia di un bene, che sappiamo possibile, e del desiderio di riappropriarcene. Carmen, nonostante racconti -sapientemente e senza ornamenti- l’essere umano, non smette di sperare in una rinascita, quella che ognuno di noi deve (o dovrebbe) concedersi, accettando che sia un percorso ad ostacoli. Accettando di sopportare anche “La notte più lunga”, senza restare zitti ad “ammirare il circo degli orrori”. In “L’abitudine di tornare”, “speranza” non è solo una parola: è la più matura e tangibile risposta che la Cantantessa potesse dare al mondo, dopo averlo guardato dall’interno. Il suo regalo; un dono sofferto, che porta con sé la fatica di un percorso: un po’ come succede per tutti i traguardi raggiunti dopo aver attraversato il bene e il male che, saggiamente usati, aiutano a progredire (come scrive la stessa Carmen alla fine del disco).

Carmen, purtroppo, non ha l’abitudine di tornare. Ma, se così non fosse, non sarebbe lei. E lei non sa essere altro che se stessa. E in questo nuovo album lo dimostra: per cambiare, bisogna imparare a non dimenticarsi di sé; e per rimanere se stessi, è necessario cambiare ad ogni occasione. Carmen l’ha capito bene, ne ha fatto una scelta di vita, prima ancora che una scelta artistica. Perché ha quella preziosa abitudine di rispettare se stessa e la sua musica.

Carmen-Consoli_05-0800_MID

Share on FacebookShare on TwitterShare on Tumblr

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.