Amara e Giovanni Caccamo, i (miei) due vincitori di Sanremo

Ho aspettato un po’ prima di parlare di Amara e Giovanni Caccamo. Ho aspettato di poterli ascoltare a pochi metri di distanza, di poter guardare i loro occhi e l’espressione del viso di fronte alla loro storia, che iniziava ad appartenere ad altra gente, gente sconosciuta che –di loro- non sapeva nulla, se non quello che hanno avuto il coraggio e –qualche volta- l’incoscienza di raccontare. E in loro ho trovato quello che avevo intuito e altre cose ancora, che ho scoperto con meraviglia e soddisfazione. Perché, vedendoli esibirsi sul palco dell’Ariston, avevo creduto nel loro talento. E, senza conoscerli, senza conoscerne le radici e i primi passi, avevo creduto nelle loro storie. Amara (all’anagrafe Erika Mineo) e Giovanni sono due artisti molto diversi, due personalità distinte, due persone che hanno qualcosa da dire. Li ho ascoltati attentamente, catturandone i gesti delle mani e le parole dette sottovoce, quelle più timide e discrete. E ho scoperto così due ragazzi tenaci e maturi, che sulla pelle mostrano –fieri- i segni evidenti dell’attesa, quella che ti porta dove vuoi tu, ma quando le pare; e non resta altro che amare visceralmente, in modo quasi primordiale, quello che fai, se non vuoi diventare vittima di quell’attesa snervante, dell’occasione giusta, che qualcuno s’accorga di te e decida di crederci. Ho conosciuto due giovani cresciuti con il sano desiderio di vivere di musica, che oggi –purtroppo- è sinonimo di fama e facile e vacua popolarità. In loro, ho riscoperto il suo significato sincero: vivere di musica, ma anche con e per la musica, torna ad essere il sogno –onesto e mai disilluso- di chi vuole comunicare nell’unico modo che sa, conscio di non poter fare altrimenti. In un panorama musicale come quello attuale, in cui i giovani cantanti sono educati a prendere la prima scorciatoia disponibile e da una scorciatoia non dissimile vengono messi in ombra, Amara e Giovanni sono due mosche bianche. In questo li ho riconosciuti simili, nel loro percorso per diventare grandi, per non cadere nell’illusione di un successo immediato e falso. Qualche giorno fa, quando ho partecipato alla data romana del suo instore tour, Giovanni ha detto una frase che mi ha molto colpito, l’ho appuntata e mi sono concesso di rifletterci sopra. Ha detto “Trovare qualcosa di cui meravigliarsi è un esercizio bellissimo”. Ho sorriso di fronte a quel pensiero, ho pensato che fosse vero. E persino straordinario, perché a dirlo era stato un ragazzo poco più che ventenne. È successa la stessa cosa quando ho ascoltato le parole di Amara. Sarei rimasto ore ed ore a sentire i suoi racconti, le sue consapevolezze raggiunte a fatica, come capita per tutti i traguardi importanti, che necessitano di un esercizio altrettanto fondamentale, quello di sapersi ascoltare e volersi bene. Ha detto “Ho scritto Credo quando pensavo di non credere più a niente e lì ho capito che l’unico vero peccato è l’infelicità”. Due persone diverse, l’ho già detto, ma sincere allo stesso modo. E la bellezza genuina della loro sensibilità, l’ho ritrovata intatta nei loro due lavori: Donna libera per Amara e Qui per te per Giovanni Caccamo.

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Giovanni è un cantautore. E il suo album, che vanta la collaborazione di Franco Battiato nel brano Satelliti nell’aria e la produzione di Daniele Luppi, traccia il percorso di un giovane uomo che –giovanissimo- ha lasciato la sua terra, la Sicilia, per approdare a Milano. Qui per te è tutte le sfumature di un ragazzo maturo, che canta l’infallibile consapevolezza di voler restare in basso, così da poter guardare –da pari distanza- ciò che gli vive accanto e che diventa metro di misura per il tempo a venire. Non al di sopra, ma in mezzo, la vita assume il suo senso più autentico. “Non si può volare sempre e solo in alto, io voglio restare immenso qui nel fango”, scrive e canta in Nel fango. Il tempo, che passa e cambia chi se ne assume la responsabilità, è protagonista di Distante nel tempo (“…perché in questo momento sta cambiando il mio mondo, che non tornerà […] la mia solita vergogna delle mie fragilità, la mia fievole apparenza che col tempo si allontanerà”). Qui per te ha un sapore malinconico e non a caso si chiude con la già citata Satelliti nell’aria, un brano intenso e dal sapore nostalgico, il racconto di un addio, “…raccontami adesso l’esperienza più introversa di un’immagine ormai persa, che non tornerà con te. Vai via, svanisci in questo istante in cui ti penso e mi ricordo quando stavi ancora qua”. Undici brani in cui si fondano –in maniera credibile e decisamente efficace- il cantautorato, con la sua imprescindibile cura per le parole, ed arrangiamenti elettronici e moderni, per mostrare le tante sfaccettature di un artista giovane, ma che sembra avere le idee chiare, colto e –per sua stessa ammissione- sempre pronto ad assorbire nuove conoscenze per arrivare alla musica non solo (e sempre) tramite un percorso meccanico e già sperimentato (non a caso, Giovanni si è occupato anche dell’intero artwork del suo disco).

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Anche Amara è una cantautrice. E si vede. Quando l’ho vista calcare il palco dell’Ariston di Sanremo, ho ascoltato la voce di una donna che parlava di sé, che si denudava coscientemente e raccontava la libertà di credere -ancora e ostinatamente- in qualcosa, partendo da quanto di più ancestrale ci sia al mondo; fino ad arrivare alla consapevolezza che “ogni luce è buona per accendere quel buio”. Libertà non è una parola a caso, è il viaggio che Erika ha compiuto per sbarazzarsi della paura (“Io non ho più paura” ha raccontato durante la data romana del suo tour per presentare Donna libera, “la paura non esiste, è un vincolo che ti poni per non progredire. Se si spegne improvvisamente la luce, pur sapendo bene dove e con chi ti trovi, hai paura; dimentichi subito che poco prima, quando tutto era illuminato, stavi bene, eri a tuo agio. È più facile avere paura, piuttosto che imparare a non avere più”). In Donna libera canta “Sono una donna libera, che non si ferma al margine della mediocrità”, e mostra il suo carattere risoluto e combattivo. Si tratta di un album sincero, un diario di appunti e crepe, quelle che la vita disegna anche sulle cose più belle; che, a forza di scheggiarsi, diventano però autentiche. Ecco chi è Amara, una donna straordinariamente imperfetta che, dopo ogni ferita, ha imparato a raccontare la cicatrice che le è rimasta. Senza imbarazzo, fino a mostrare anche la fragilità, quella che i più s’impongono di nascondere. Ma lei canta “siamo quello che sentiamo dentro” e spiega che sta bene, bene a tal punto da mostrarsi esattamente così com’è, senza abbellire un dolore e senza concretizzare la felicità. E, nei ringraziamenti finali, dice “Quello che siamo dentro lo sappiamo solo noi, ma per saperlo bisogna conoscersi davvero”.

Due giovani artisti che hanno qualcosa da dire. E che sanno dirlo molto bene. Andranno avanti -al di là dei risultati che sono solo numeri per chi vive di numeri- perché oltre la loro musica, c’è la vita. Quella vera, intensa, vissuta fino in fondo. E quando qualcuno sa dire quello che è e si racconta così bene attraverso la musica, quello è un artista. Sentiremo a lungo parlare di Amara e Giovanni, ne sono certo. Questo è solo l’inizio di due storie importanti.

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