La famiglia “tradizionale” esiste davvero?

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Ho riflettuto a lungo sul concetto di “famiglia tradizionale”. E ho tratto le mie conclusioni. Io, ad esempio, non vengo da una famiglia tradizionale: i miei sono sposati da oltre venticinque anni ma, per ragioni di lavoro, mio padre vive -ormai da parecchio tempo- all’estero, quindi non abitiamo sotto lo stesso tetto; non si può considerare “tradizionale” nemmeno una famiglia in cui i due genitori sono separati o una in cui il padre o la madre è morto/a; figuriamoci quella in cui stanno insieme ma non si amano più; non è tradizionale nemmeno la famiglia “allargata”, che di questi tempi va per la maggiore. Vogliamo parlare, poi, di quelle in cui ci sono due papà o due mamme? Sono arrivato alla conclusione che “tradizionale” sia un modo gentile e garbato di dire “normale“. E che, per “normale”, si intenda la realtà che meno ci spaventa. E la realtà che meno ci spaventa è quella composta da mamma, papà e figlio. Ma se pensiamo che, in alcune parti del mondo, è normale che un uomo abbia dieci mogli e altrettanti figli da ognuna di loro, il concetto di “normalità” diventa relativo e vincolante. Per questo, da sempre, io lo temo e temo chi ne abusa per mascherare la propria ignoranza. E ignoranza è paura. Non mi piace l’aggettivo “tradizionale”, è pieno di niente. Per concepire un figlio, servono un uomo e una donna; per crescerlo, invece, servono intelligenza, coraggio, amore, dedizione e -senza girarci troppo intorno- un buon stipendio. La famiglia non ha nulla a che fare con il sesso o la sessualità di chi la compone. I bambini non giudicano, non disprezzano, non si vergognano di chi li ama, questi sono limiti nostri. Sono i limiti della mente imbruttita di chi crede di poter giudicare l’amore e di poter dire cosa sia normale.
Mi sconvolge e mi rattrista l’idea che qualcuno possa avere la facoltà di stabilire la normalità. E mi deprime (se è possibile) ancora di più chi accetta –con fare dimesso- che all’essere umano vengano attribuite etichette e istruzioni d’uso. Mi piace pensare la gente nella propria sofferta, peculiare diversità. Non m’importa con chi va a letto, m’importa sapere che uso faccia della propria intelligenza, di quel contenitore circolare che chiamo vita. E trovo sia uno spreco riempirlo di preconcetti e del mortificante “sentito dire”. Non c’è conoscenza peggiore di quella che si accontenta della risposta più vicina alla propria portata, alla propria gretta e ignorante convinzione. Non c’è conoscenza peggiore di quella che non fa domande. Per questo credo nei bambini, nel loro sguardo spontaneo su ciò che li circonda; non ingenuo, ché ingenuità è per chi ha l’età di chi sa (o dovrebbe sapere), ma non riesce a misurarsi con la propria realtà. La spontaneità è un’altra cosa e, come l’entusiasmo, è un lusso da difendere, non una colpa da scontare. Nessuno nasce ignorante, credo nell’educazione all’osservazione, al contagio con la prospettiva dell’altro, che vedrà sempre qualcosa che non avremmo potuto conoscere altrimenti. Credo in chi non crede nelle definizioni, ma nel rispetto; nel silenzio, quando non si capisce. Perché a tutti capita di non capire, ma –purtroppo- a molti di voler dire comunque la propria. E parlare senza aver compreso è un danno, sia per chi parla, sia per chi ascolta. E, paradossalmente, più per il primo che per il secondo. Credo nella famiglia, quella che non si definisce; quella che sceglie di stare insieme con consapevolezza, non quella che deve starci. E, infine, credo nella libertà, nel potere che ognuno di noi ha quando sceglie di essere se stesso. Dopo tante parole, pensare che qualcuno possa catalogare la gente in gruppi e sottogruppi, mi pare quanto di più svilente possa sopportare l’evoluzione umana. Voglio pensare che ciascuno di noi si senta offeso dall’ignoranza che, più di tutti, è il cancro mortale del rispetto, dell’educazione, dell’intelligenza. E che tutte le famiglie abbiano pari dignità, perché siamo tutti diversi per qualcun altro. Ed essere diversi è l’unica cosa normale che esista al mondo.

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