La neve all’alba, una storia di pedofilia e speranza

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Manca ormai poco alla pubblicazione di La neve all’alba, il mio secondo romanzo. Sono più consapevole della prima volta, ma non per questo meno emozionato. E l’entusiasmo di allora è lo stesso di oggi. Solo che oggi racconto una storia diversa, a cui -per mesi- ho concesso tempo, attenzione e qualche pianto imprevisto. Si tratta di una “tematica sociale”, così mi capita di sentir dire. Ma io credo di aver raccontato soltanto una storia, quella di Mauro, una vita qualunque che passa attraverso la disattenzione e poi il rammarico, attraverso la rabbia, la frustrazione e la speranza. Una vita passata a correre ovunque, sperando che ovunque fosse il posto giusto. Ma non lo era mai. Perché un dolore guarisce quando ha un nome. La neve all’alba parla di pedofilia. Anche di pedofilia. Perché la vita, come la neve, ha tutte le sfumature del cielo e della terra su cui si poggia. È una storia complicata, tortuosa come un percorso ad ostacoli, che accarezza l’infelicità di un bimbo, la timida rabbia di un adolescente e la voglia di rivalsa di un adulto, arrugginito e spaesato nei suoi stessi panni. Questa è la difficoltà che racconto, la vita di cui parlo: Mauro non somiglia a nessuno, perché i danni che ha subìto, le percosse a cui è stato condannato, non gli permettono di somigliare ai suoi coetanei. Forse soltanto al suo nemico, al suo carnefice. E questa è la sua peggiore condanna. E così, suo malgrado, s’accorge di essere tante persone, tante quante sono quelle che ha perdonato, giustificato e poi -per sfinimento- odiato, sperando di non somigliarvi mai. Sperando di non somigliare mai all’odio che prova, al rancore che convive con i suoi fantasmi e le disattenzioni di cui è stato vittima.
Spero che l’emozione che ho provato traspaia e possa appartenere anche a chi sceglierà di leggerlo. Ho pianto sulle pagine di questo romanzo, ho pianto quando ancora erano parole alla rinfusa. Mi sono fermato, alcune volte l’ho lasciato da parte, perché le storie che ho raccontato mi è sembrato di viverle fin dentro lo stomaco. Ma poi, come accade ogni volta, la gente che ho inventato mi si è seduta accanto, come se fosse vera, e mi ha insegnato qualcosa; questa volta, addirittura, mi ha insegnato a scriverne il finale. E così, quando siamo passati attraverso il miracolo della neve all’alba, abbiamo capito insieme come sarebbe andata a finire.

Siamo fatti di veli, di bugie stagionali e di destini più puntuali di noi. È proprio vero.

A seguire due brevi estratti tratti dal romanzo:

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