Il primo capitolo de “La neve all’alba”

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CAPITOLO UNO

 

Cerco sempre un motivo per dirmi infelice, forse per la paura congenita di non saper riconoscere la felicità. O forse perché sono a mio agio con l’abitudine al dolore, che mi accompagna a casa la sera, mi versa da bere e mi dorme a tre centimetri di distanza. Abbastanza per non dirci una cosa sola, poco per disfarmene come maglioni pesanti e fuori moda. Mi guardo vivere, come ai bordi di una vita massacrata, e sorrido ai pericoli scampati. Sorrido anche a quelli in cui ci ho rimesso la faccia, con cui ho fatto la guerra, con cui non ho mai fatto pace. Il male ricevuto, dovremmo perdonarlo a noi stessi per aver permesso che ce lo procurassero. Io, le mie ferite, ho lasciato che non cicatrizzassero per tanti anni. Tanti quanti sono i colpi che ho dovuto sopportare, sul fianco, alla schiena, mentre guardavo la vita nascermi dentro. Nascermi accanto, nascermi addosso, forse. E sono curve e scure, le mie ferite. Ancora malate di noncuranza. Portano il nome di chi l’ha concesso. Portano il nome di chi non ha chiesto scusa. Ché poi smetti di chiederti di chi sia la colpa e ti carichi di peccati che non t’appartengono, ma che ti spettano di diritto. È colpa mia. È colpa di chi ha guardato senza muovere un dito. È colpa di chi pensava che si potesse addomesticare, un dolore del genere. Addomestichi un cane, non le lacrime arrabbiate. Non quelle che escono a fatica e poi ti pieghi per fermarle. E non le fermi. Non quelle che non ci dormi la notte. Chi sono io, lo racconta la mia faccia. Lo raccontano i miei occhi scavati, la bocca che sembra farsi mancanza e sorride a stento. Io sono stenti. Puzzle senza pezzi. Quelli che mancano, li ho dati in pasto ai miei aguzzini, a chi se n’è andato senza spiegarmene il motivo. A chi è rimasto per scaldare il proprio posto, per essere un nome senza faccia. I miei pezzi li raccolgo per strada, al mattino, quando mi cerco un senso. Quando torno, la sera, e non sono stanco. Ma mi fingo sciupato e indolenzito dalla fatica, chiudo gli occhi e conto ciò che non c’è più. E mi addormento per non aggiungere tempo al tempo perso. I miei pezzi hanno gli spigoli e tagliano come cocci di bicchieri. Se li tocco, mi feriscono le dita, mi fanno sanguinare la pelle e la voce. E tutto ciò che dico a fatica. Il mio nome, che mio padre amava; l’ha scelto lui, mi hanno detto. La mia casa, la mia adolescenza rubata, i quaderni di esercizi sbagliati e mai capiti. Quello che sono, ce l’ho scritto nel corpo, ce l’ho tatuato nelle unghie incarnite, scorticate come se avessero una colpa da espiare. Ce l’ho scritto sulla fronte, di rughe precoci, di macchie di gioventù sperata, di brufoli che mi disegnavano addosso una storia che non mi apparteneva. Bisogna saperle leggere, le mancanze. Chi sa farlo, di solito, ne ha già abbastanza di suo per sopportare quelle degli altri. Io, le mie, le rivedo negli occhi di chi mi circonda e mi dice: «Sono felice». Felicità è non accorgersene; se te ne rendi conto, sei a un passo dal perderla. Felicità è chi torna per restare, non per chiedere perdono. Io non perdono. Per vigliaccheria. Sono vigliacco, sono protagonista assente di una storia che mi ha insegnato che ci si può sentire a casa tra le braccia di uno sconosciuto che chiede vita, come te. E il sangue non unisce, segna le differenze, crea confini, racconta distanze. Il sangue è una madre che ti mette al mondo, non una madre che t’insegna il mondo. Quindi è solo una che ti genera, non per averti, ma per godere di un attimo che si fa vita; un’altra, che è per sempre. O per quanto basta per accorgersene e per dirsi parenti, non una cosa sola. Io e mia madre non siamo una cosa sola. Abbiamo pianto a modo nostro e, quale sia il modo giusto, nessuno ce l’ha detto. Hanno avuto pietà di noi, forse. O pena. Forse è la stessa cosa, ma pena mi fa tremare lo stomaco. Mi fa provare rabbia, che aggiungo a quella che sconterò per il resto dei miei giorni, senza festività da onorare o domeniche di riposo. Lei aveva gli occhi lucidi. «Hai pianto?» «No, ho un po’ d’influenza», e tentavamo d’indovinarci. Come se non me ne accorgessi. Come se non capissi il vuoto che aveva nei polmoni, nelle guance bianche, nel ventre smagrito. Eppure mi mentiva spesso, mi diceva: «Sto bene» e sapevo che era una bugia. E voleva che lo facessi anche io. Ora lo so. Del resto, bastava non renderci partecipi di tutto il marcio che ci attraversava.

Lei faceva sacrifici, io ne approfittavo per sopravvivere. In teoria. In pratica ci siamo seppelliti, vicendevolmente. Non la perdono perché non se n’è accorta. Che mi stavano togliendo giorni, dico. Che mi stavano togliendo anni, dico. Era troppo occupata a far vivere la nostra vita, a vederla sbocciare come i fiori nei campi, in pieno inverno. Non s’accorgeva che mi stavano chiudendo in confini di filo spinato. Non se n’accorgeva o fingeva. O non aveva il coraggio di guardarmi. Io ero vittima di gente che non sapeva parlarsi. Io ero vittima inconsapevole di cose che non potevo capire. E lei vittima di un ruolo che non sapeva onorare. Beffarda la vita, quando ti chiede di essere al tuo posto e tu, in quel preciso istante, l’hai lasciato vuoto. E non ripassa di lì, le seconde occasioni sono miracoli che non ci è toccato vivere. Non a me, non a lei. Non oggi che forse morirà. Non oggi che mi hanno detto: «Torna, tua madre forse non supererà la notte».

Come neve ammassata ai bordi della strada, aspettiamo di sapere cosa ci tocca vivere. Se ci spaleranno via o ci lasceranno sciogliere come rabbia che non fa più male, dolore che si può controllare, perdono che si può concedere. Tanto il peggio è passato. O seppellito abbastanza in fondo da vederne solo un’impronta, rimasta a galla, rimasta appositamente in evidenza. Per ricordarci da dove veniamo. Chi siamo. Chi sono io. Chissà. Mia madre è lacerata, restano di lei pochi chili e pochi capelli. È di là, in una camera d’ospedale, grigia come lei, come la sua storia. È al tramonto, e io all’epilogo di un giro immenso fatto di corsi e ricorsi avversi. Fatto di bestemmie evitate a fatica. Di pugni contro il muro, come a chiedergli di ridarmi indietro il pigiama colorato a festa, le pareti della mia camera, le forchette d’acciaio che erano vecchie di pasta al sugo e pollo al forno, che mangiavo di fretta e mi scoppiava la pancia. E mi scoppiava la bocca in sorrisi, in denti storti e venuti giù, e spazi da riempire. «Torna», mi hanno detto. E io torno. Per vederla morire, per masochismo o soddisfazione. O forse perché sono un’etichetta, un ruolo da fare, una parte da finire. Sono figlio. E questo basta a concedermi un posto in prima fila, qui, adesso che fa quasi buio. Su queste sedie dure di storie come la mia, di storie diverse, di pianti rumorosi e parole da copione. Non voglio sentirmele dire. Che mi dicano o no «ce la farà», non cambia niente. Sono qui per aspettare la sua morte, non per rallentarla. Sono qui perché mi hanno detto che è al traguardo e, quando lo taglierà, io voglio vederla passare dall’altra parte, là dove stanno quelli che non saranno mai giudicati. Andrà all’inferno. E lì incontrerà quella parte di me che ha lasciato che brutalizzassero. Mi incontrerà e abbasserà gli occhi. Non avrà la forza di dirmi niente, questo già lo so. Il medico mi ha detto: «Potete vederla solo attraverso il vetro, per ora non può entrare nessuno». Ho sorriso. Ho annuito. Volevo dirgli che non sarei entrato comunque. Che non l’avrei messa in difficoltà. Che gli ultimi respiri non glieli avrei tolti sentendole implorare il mio perdono. E non l’ho nemmeno guardata attraverso quel vetro sporco di aliti e fiato. Mia sorella sì, l’ha fatto. Mi ha sorpreso. Ma poi è tornata a sedersi qui di fronte a me, zitta a fissarsi le scarpe, o il pavimento a righe, o le nostre storie inconciliabili. Non la conosco. Mi hanno raccontato di lei tante storie, la sua voglia di ribellarsi alla vita, alle gonne troppo lunghe, alla città troppo piccola o troppo calpestata. Eppure è andata da lei, come a ripulirsi la coscienza. Come a chiedere scusa. È andata da nostra madre a vederla bianca e finita, come una rosa al suo ultimo petalo, già invecchiato e marrone, di muffa e di puzza. Ludovica è una sua complice. E forse l’ha camuffata da nemica per non dirsi uguale a lei. Non ci vedevamo da anni. E oggi non ho sentito di volerla abbracciare. Le ho detto: «Stai bene?», che non è una domanda, è un’affermazione di disinteresse. Ha annuito. «Tu?», ha aggiunto. Non ho risposto. E ho accavallato una gamba sull’altra, come a dirmi a mio agio, come a dirmi comodo spettatore di chi potevamo essere. È arrivata con un cappotto marrone, pesante e troppo lungo, da donna fatta, da donna che ha già scelto chi essere. Ma la ricordavo diversa, non aveva ancora vent’anni, ora ne ha trenta. Era la rivoluzione, ora è qualcosa che è già successo. Cosa ci sia di mezzo, non mi appartiene. E sembra non appartenga nemmeno a lei. Non ha storia, nella faccia; non ha rughe, non ha la mia barba con buchi evidenti di crescita interrotta. Non ha niente che mi dica che possiamo almeno ricordarci. Che possiamo essere fratelli, finché sua madre non morirà. Mia madre. Quella donna che ci ha messi al mondo che era ancora una ragazzina e ora ci vede estranei col sangue mischiato. O lo stesso taglio degli occhi. Ci somigliamo un po’, quanto basta per avere una giustificazione a questa compresenza. Ma non basta, lo sappiamo bene. Lo sa lei, che ha già bevuto due caffè, ha accartocciato i bicchieri, macchiandosi le mani. Le ha pulite strofinandole l’una con l’altra. E sono rimaste sporche di attesa. Forse vuole tornarsene da dove è venuta, alla vita che ha lasciato in sospeso, all’uomo che è più probabile la ami e la conosca meglio di me. Non ci vuole molto, io non so di lei nemmeno il piatto preferito. Non so se la domenica dorme fino all’ora di pranzo o se confessa i suoi peccati a un prete. So che si tocca i capelli spesso, che li ha colorati di giallo, che gesticola quando parla. Che spesso le squilla il cellulare; «torno presto», ripete. Ha una bimba. È seduta accanto a lei, composta e dimessa. Ha la sua stessa bocca e il mento pronunciato. Ogni tanto l’abbraccia, s’attacca al suo collo. Lo facevo anche io, con mio padre, perlopiù. Mi bastava sentirlo vivere nella stanza accanto, per respirare forte e profondo. Quando sei figlio, ami senza condizioni. Ami come se non ci fossero alternative. Quando ancora sai illuderti, dico. Ma l’odio sa farsi le radici dove c’è stato amore. Ed è solo vita che si è contaminata con chi ti cresce dentro, ma non sa crescerti accanto. E se ne va per non deluderti, e ti ha deluso già.

Lei è qui accanto a me, con la testa poggiata sulla mia spalla. Coraggiosa come una traversata instancabile di sentimenti mutevoli, che si consumano e riaffiorano dallo stesso livore. Gliel’avevo detto: «C’è da saperci convivere». E lei aveva annuito. Come a concedere una libertà vigilata al mio passato. Le ho chiesto se vuole una bevanda riscaldata, o qualcosa da masticare, per non sentire il cattivo odore di questo posto crudele, che non le si addice. Mi ha risposto di no. E mi ha stretto la mano. La tiene ancora avvolta nella sua. La lascio fare, lascio che mi tenga. Che abbia cura di me. Che ci ricordi cosa sappiamo sopportare. Lei non sa tirarsi indietro. Non sa farsi scalfire dai tratti di terreno arido che le è già toccato camminare. E anche maledire. Non sono bravo come lei.

Si è fatta quasi notte, in questa parte di mondo che ci vede ai titoli di coda. Ogni tanto si scosta, mi guarda. «Non deve mortificarti questo dolore», mi dice. E mi legge gli spazi vuoti tra le parole che lascio intuire. Me l’ero promesso, a mia madre non avrei più concesso un singhiozzo, solo sospiri di rassegnazione. E ora sto vegliando una donna che, di tanta terra bruciata, ha fatto un castigo. Si è data la solitudine come rammendo ai suoi errori. E noi, in questa stanza di pochi metri e poche vie di fuga, cerchiamo un modo per sentirci parte della stessa promessa. O premessa. O scommessa. Ne usciremo vivi. Lo stiamo sperando tutti, persino quella bambina che sa stare al suo posto. Da questa ultima notte, noi vogliamo solo uscirne illesi.

 

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