IO BASTO A ME STESSO – capitoli 13 – 14

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Capitolo 13

 

Le ultime sedie sono ormai a testa in giù, poggiate su tavoli di legno. E il pavimento è quasi vuoto di impronte e colazioni consumate in fretta. Ogni sera, a quest’ora, svuota i sacchi d’immondizia. Ogni sera, a quest’ora, guarda l’orologio e si sorprende che sia sempre lo stesso orario. Le lancette sono ferme sempre allo stesso punto. Torna a casa a piedi, ogni giorno, e si ferma a scrutare angoli nuovi della sua città. Spera che ci sia una nuova scorciatoia per rallentare l’arrivo, un nuovo marciapiede per perdersi o perdersi di vista, una nuova anziana che scende in strada e non quella che, al solito orario, spegne la luce. Spera che ci sia qualcuno che litiga, qualcuno che gli sorrida, qualcuno che gli chieda chi sia. Qualcuno che gli chieda cosa voglia da questa nuova vita. Ma solitamente non succede nulla, o poco più di nulla. Solitamente arriva a destinazione con qualche minuto di ritardo, rispetto a quanto dovrebbe perderne per percorrere la strada di casa. Ma ritorna con tutte le parole che voleva usare e non ha usato. Ritorna con tutti i pensieri che ha fecondato ma non ha partorito. Il bar dove lavora sta per chiudere ed è più vecchio. E, quando tornerà a casa, non ci sarà una bimba a raccontargli cosa ha fatto a scuola. E lui a fingere interesse. O forse gli interessava davvero. Ma non conta adesso. Non conta più nulla. Ora conta i tavoli da ripulire, le ordinazioni da prendere, i cappuccini che non sa fare. Ma non contano le domande di quella bimba con la gola secca di risposte. Non contano niente. C’è un nuovo appartamento ad attenderlo, tutto bianco e spoglio di mobili e pretese. Spoglio di ricordi e di attese. Spoglio di tappeti e pentole. Spoglio di caffettiere. Il caffè lo prende al lavoro, ha imparato a farlo con quell’aggeggio gigante. Lo intimoriva. Ma ora ci ha preso gusto. Le pareti di casa sua sono intatte, non ha con sé nessuna fotografia, se non quella con Anita e Gaia. È in cucina, dentro una scodella di ceramica. Una di quelle dove la nonna ci sbatteva le uova per farne una frittata gigante, che saziava le pance e gli occhi. L’ha messa lì per non darle importanza. Per far finta di averla lasciata cadere distrattamente, senza ricordare più dove sia. Fingendo di non ricordare dove sia. Va a guardarla spesso, poi si racconta che stava cercando una sciarpa, un coltello o un bicchiere, che l’ha vista per caso, che non la cercava affatto, che non gli importava affatto rivederla. Sorride a quell’immagine, a volte. Poi la rimette lì, la copre di insulti e di altri fogli, di vecchie bollette, di scontrini di cene surgelate. La ricopre di altri pensieri. Non vede Anita da una settimana. E nemmeno la sua bambina. Perché te ne vai?, Perché non posso stare qui in eterno, devo cercare il mio posto. E lei non gli ha chiesto di restare. Lo sapeva bene, Filippo. Sapeva che non gli avrebbe detto più nulla. Sapeva che l’avrebbe guardato farsi la valigia, che l’avrebbe aiutato a farci entrare tutti i maglioni pesanti e anche qualche discorso non concluso. Anche qualche abbraccio non dato, ma sperato fino all’ultimo istante, come gli addii in stazione, prima che il capotreno fischi il traguardo di una vita e l’inizio di un’altra. E poi gli avrebbe aperto la porta, Ci vediamo presto. Ed è andata cosi. E Gaia ci ha aggiunto il suo Perché? e, come sempre, ha dovuto cercare negli occhi di due adulti irrisolti la sua risposta. Perché è giusto così. Ed è rimasta zitta e immobile, con il suo broncio e la sua treccia stretta. Si è chiuso la porta alle spalle ed è andato via, in un giorno di sole, in un giorno di quasi primavera. Ci si allontana sempre sperando che qualcuno sia disposto a fermarci. Anche col pensiero, con una lacrima non trattenuta, con un singhiozzo annodato al vento. Filippo ha dimenticato che quella casa è un cimitero, un cimitero di caduti. Non si piange. Non si dice una parola di più. I muri non piangono. I muri raccolgono. E si lasciano stordire dalle crepe, ma non dalle parole. Si sopravvive a tutto. E nessuno è così romantico da sperare di non sopravvivere a qualcun altro. Ora ha un lavoro e una casa sua. Ora è un uomo normale. Un trentenne precario, con poche centinaia di euro al mese e un affitto da pagare. Ora è uno che la mattina bestemmia per la sveglia che suona. E non crede in Dio. Ora è uno che arriva al lavoro con le occhiaie. Ma non è stanco. Ora è uno che recide i giorni, come un giardiniere fa con l’erba. Ma non ha abbastanza giorni per potersi permettere di farli fuori. É un uomo come gli altri, adesso. Non ha nulla di cui lamentarsi. Può concedersi la superficialità di un trentenne infelice. Può concedersi un mal di schiena. È un barista, uno che serve succhi di frutta inaciditi e sorride per cortesia. E, quando si deve arrivare a fine mese, s’impara anche a farlo bene. É un comune peccatore, uno che al peccato non crede. È un comune idiota. Uno che non si sforza di essere diverso. Che non si sforza di aspettarsi qualcos’altro. L’ha capito che non avrà sconti. Qui nessuno restituisce nulla. E, se dice di non essere soddisfatto, gli rispondono che nessuno lo è. È passato da un cimitero all’altro. Quello era dei caduti, questo è degli inascoltati. E la sua casa è vuota. Ci si sporca di niente, entrandoci. Ma si esce pesanti e arrabbiati.

 

Oggi compie trent’anni, Filippo. Fabio gli ha telefonato, stamane. Gli ha detto Auguri, amico mio. E lui ha risposto che ha imparato a fare il bucato, che non è massacrante come pensava. Tornerà a casa e brinderà con un bicchiere d’acqua e, al posto della torta, aprirà una brioche scaduta. Ognuno festeggia come può. Come merita. Magari troverà tanti palloncini colorati e un dolce gigante, con su scritto “buon compleanno”. E, da sotto il tavolo, sbucheranno tanti amici e tanti infiltrati. E si fingerà allegria fino alle tre del mattino. Qualcuno vomiterà mezz’ora dopo, qualcun altro scoperà in bagno, aggrappandosi alla tenda della doccia. Qualcuno se ne andrà e altri gli chiederanno di esprimere un desiderio, al soffio delle trenta candele. E lui chiederà che venga esaudito il suo desiderio di avere un tavolo abbastanza grande, per far sì che tutti gli amici possano nascondersi. Chiederà di avere una tenda nella doccia, per far sì che possano far sesso. E poi chiederà che ci sia qualcuno accanto a lui a mangiare tutta quella torta di cioccolato scuro e appiccicoso.

 

Ciao.
Ciao.
Auguri.
Grazie.
Come stai?
Bene.
Il lavoro?
Procede.
Magari passo, un giorno di questi.
Mi troverai qui. Ti offro un caffè.
Il caffè non mi piace.
Ah già.
La rende nervosa. Lo dice sempre, Sabrina. Ma Filippo non vuole impararlo. Non vuole ricordarlo. Del resto lei dimentica sempre che a suo fratello il latte fa schifo.

 

Buonanotte anche a te.
Chiudi tu, quindi?
Si, va’ pure.
Chiude Filippo. Ai suoi colleghi non ha detto che è il suo compleanno. Cosa vuoi che gli importi?, ha pensato. E, se abbia fatto bene, non lo saprà. Magari l’avrebbero abbracciato, come si abbraccia un nuovo arrivato. Gli avrebbero tirato le orecchie trenta volte. O magari un po’ meno, che trenta è un numero importante. Trenta è il numero di un uomo maturo. Di uno che si sposa, che fa figli, che ha qualcuno a casa che lo aspetta. Si abbassa a chiudere la saracinesca. Fa sempre fatica. Ma stasera ha voluto chiudere lui, ha preferito restare da solo. Quando era piccolo, non era così. A casa sua c’erano tutti i parenti, tutte le zie obese. E anche quelle magre. E i cugini, tutti più piccoli di lui. Litigavano per un posto a tavola, si facevano le pernacchie per non perderne l’abitudine. Per non crescere. Solo una delle sue zie, oggi, si è ricordata del suo compleanno. Le altre no. Le altre si erano abituate a vederlo dormire, a parlare ad un morto col cuore ancora intatto, ancora funzionante, ma di fatto inutile. Uno che per dieci anni non ha risposto Grazie. La sua nonna no, lei non l’avrebbe scordato, gli avrebbe preparato un piatto di lasagne con tanto ragù. Avrebbero festeggiato in due, lei e lui soltanto. Avrebbero riso. Avrebbero deriso il tempo perso, persino quello piegato alla rabbia. Domani potrebbe andare al cimitero e aspettare che lei d’improvviso parli. E immaginare che i morti possono parlare. Forse è meglio andare a lavoro e ricordarla in cucina, col suo grembiule colorato e la testa tutta bianca. Indaffarata a saziare lo stomaco di tutti. E il sorriso di ognuno. Filippo la ricorda come una donna che sapeva far sorridere.

 

Ti preparo una torta.
Al cioccolato?
Come preferisci tu.
Allora al cioccolato, tutta marrone.
Non so se ne sarò capace.
Nonna, tu sai cucinare di tutto!
Ma le torte no, mi mettono ansia, sono l’ultima portata. Se il primo fa schifo, poi si dimentica. Ma se la torta non è buona, poi ti resta quel sapore in bocca.
Non ci avevo mai pensato…
Ti preparo le lasagne, è meglio.
Con tanto ragù.
Con tantissimo ragù… e, se non sono buone, daremo la colpa alla torta.

 

Hai finito di lavorare?
Non vedi?
Stai tornando a casa?
Secondo te?
Vengo con te. Facciamo due passi insieme.
Cecilia cammina a qualche centimetro di distanza da Filippo.
Volevo farti gli auguri, tesoro.
Bene, me li hai fatti.
e continua a muoversi veloce.
Sente i suoi passi dietro le spalle. E s’infastidisce. Lo infastidisce il ticchettio dei suoi passi. Persino i suoi ricci sfibrati e la sua giacca larga e pesante. Lo infastidisce che sia venuta senza una torta e senza un regalo. Senza una frase ad effetto, senza una festa a sorpresa, senza gli anni che gli ha rubato. É arrivata con gli occhi scavati e con il volto smagrito. Ma senza una scusa. Senza una barzelletta per fingere un po’ d’allegria. Tieniteli pure, i tuoi auguri, affoga un urlo nella testa e nei polmoni. E lei accelera il passo per stargli dietro, per non arrivare in ritardo ad un altro appuntamento. Al loro ultimo appuntamento, forse. Ché la vita è imprevedibile e lo sanno bene entrambi. E non credono a chi dice Hai ancora tutta la vita davanti. I giorni da scoprire sono solo supposizioni. I fatti sono altri. I fatti sono gli incidenti, l’odio nello stomaco, i graffi sulla pelle e l’amore nelle stazioni di servizio. I fatti sono le cose che non ci sono più, il loro ricordo ne è soltanto l’attenuante. Ma la vita è così. E loro l’hanno imparato sulla loro pelle. Le cose più vere s’imparano sulla propria pelle. Fa più male un rimpianto che un ricordo infelice, perché i rimpianti appartengono ai giorni comuni, ai mortali, agli uomini insignificanti, di quelli sbadati. A tutti.
Fermati un attimo.
Puoi anche andartene.
Io e te dobbiamo parlare.
Devi aggiungere qualcosa ai tuoi auguri?
E si ferma, Filippo. Ma lei non ha niente da aggiungere. O troppe cose. Così tante da non saperle cercare tra tutti i rottami che ha conservato come reliquie d’infelicità. Tra tutti i giorni che ha immaginato di chiedergli scusa. E tutte le volte che ha spaccato una bottiglia e ha immaginato di infilarsi quei vetri nei polsi. E morire annegata. Come una vigliacca. Annegata nel sangue di un figlio tradito. Filippo la guarda negli occhi e lei sembra rimpicciolirsi, come una pupilla al primo sole del mattino. Filippo resta immobile, non apre la bocca, nemmeno per prendere fiato.
Devi dirmi qualcosa?, le chiede dopo.
Ti voglio bene.
Tornatene a casa.
E ricomincia a camminare. Le ha dato un’occasione e l’ha sprecata. E lei ricomincia a stargli dietro, con le scarpe consumate dall’asfalto e gli occhi umidi. Con piedi nudi e il cuore scalzo.
Ti prego, perdonami. Io ho sbagliato con te…
E Filippo accelera il passo e stringe i pugni. Le sue mani tremano ancora, come sempre, come allora. Come quel giorno, che lei aveva tanti anni di meno e i boccoli ancora intatti. Erano vaporosi, i suoi capelli.
Vivi col tuo amante, ora?
Cecilia si ferma. Lui non sente più i suoi passi dietro la nuca, quel fastidio e quel ticchettio di vecchiaia. Si volta, Filippo. Si volta quasi fosse un’abitudine non essere più da solo.
Lui è morto, gli risponde Cecilia a denti stretti.

 

Posso entrare?
No, non è il caso.
Ci sono tante che non sai.
Non voglio saperle. Mi hai accompagnato fino a casa, ora tornatene indietro.
Cerca le chiavi. Le confonde sempre, ne prova due, solo al terzo tentativo azzecca quella giusta.
Cecilia è immobile. Lo guarda, mentre forza una chiave perché entri nella toppa.
Io quell’uomo l’ho amato davvero.
Non m’importa, mamma, non m’importa né di te, né di lui.
Ero incinta. Aspettavo un figlio da lui.
smette di cercare la chiave giusta. O forse l’aveva trovata, ma adesso si confonderà di nuovo con le altre.
Ma ho abortito. Oggi avrebbe avuto quasi dodici anni. Tuo fratello avrebbe avuto dodici anni.

 

Inizia a far freddo. Lo scalino davanti casa è di ghiaccio. Ha smesso di cercare la chiave, Filippo. E ha smesso di fissarla e di reggersi sui suoi piedi. É seduto, si stringe, si tiene. E lei gli è di fronte, appassita come se fosse l’autunno. Ossuta come se fosse un avanzo di Novembre. Non l’ha mai vista così. Scavata, deturpata, brutta. Vecchia e grigia. Con le mani di sole vene, come i rami di un albero spoglio. È una poesia senza rime. È un pentagramma senza linee e pause. La guarda e prova pena. Poi un brivido alla schiena. È il freddo, si rassicura. E cambia argomento. Ché forse non è il freddo. Sta provando pena per una che non ha preso il suo posto, una che avrebbe potuto perdere un figlio, in quell’incidente, il figlio che portava nello stomaco. Ma, a lei, la vita ha concesso di scegliere, ha potuto decidere di farsi scavare, di farselo raschiare via. Prova pena per lei, anche se ha scelto tutti i giorni che lui ha dormito. Ma non ha scelto di morire. Poteva buttarsi giù da un balcone, spararsi un solo colpo in bocca, annegare nella vasca da bagno. Ma si è punita togliendosi un altro figlio. Prova pena e rabbia. Rabbia per un fratello che avrebbe odiato. L’avrebbe odiato come si odiano i vermi. Ma sarebbe stato innocente quanto lui. E colpevole quanto basta per pagare le colpe dei grandi. Un fratello a cui non potrà mai sputare in faccia. A cui non potrà dire Mi hai tolto mia madre con l’inganno, perché io dormivo e non potevo spaccarti la bocca. Un fratello irriverente, arrogante, irrispettoso, o forse soltanto imbarazzato. Perché sarebbe stato figlio di un peccato. Figlio di un peccato commesso e concluso. Figlio di un rimpianto.
Cecilia lascia cadere una lacrima che le circonda la faccia e l’accompagna fino al collo.
Potevi tenertelo. Che senso ha avuto sacrificare un insetto?
È quello che mi ha detto Leone.“Hai sacrificato un puntino per concederti una pausa dai tuoi fallimenti”, mi ha detto. E io l’ho odiato perché mi ha perdonato.
Era un debole, forse.
No, la debole ero io. Lui sapeva amare. Io mi sono inaridita.
Si è fatto tardi, tornatene a casa.
È tardi già da un po’, Filippo.
Questo lo so meglio di te, mamma.

 

Credevo fosse ancora mia madre.
L’ho vista andare via. Vi ho visti parlare. Ho aspettato che se ne andasse.
Filippo guarda i suoi occhi. La guarda come a ringraziarla. Come a dirle che non servono parole, che non servono regali, che non servono amici nascosti sotto a un tavolo imbandito.
Posso entrare?
Certo, accomodati.
Le fa spazio. La lascia passare
Non è bella come casa tua. Non è colorata come casa tua.
E Anita non risponde. Si fa strada lentamente. Si guarda intorno. Guarda lui, impacciato e con un accenno di sorriso timido. E guarda le pareti bianche, le pareti nude. Non ci sono quadri. C’è solo un portaombrelli accanto alla porta. E un attaccapanni bianco. É la casa di un reduce di una guerra mai combattuta. E questo lei lo sa. L’accompagna in quella cucina piccola e bianca. Senza troppe sedie, senza forchette, senza fornelli accesi. Forse neanche funzionano. Il frigorifero è in un angolo, è grigio e non troppo grande. E poi c’è la loro foto, tra le bollette, tra la polvere, tra le macerie di una vita in apnea.
Buon compleanno, Filippo.
Grazie. Grazie, Anita.
Le sorride. E stavolta vuole che lei gli dica Bravo, hai imparato. Lo pretende. Lo pretende da lei, come lo pretendeva da sua madre, quando metteva a posto la tavola, quando l’aiutava a ripulire la cucina, quando era un bravo figlio. Anita, dimmi che ti manca insegnarmi qualcosa. Resta in silenzio. Ci pensa qualche istante. Ma a star zitto è più capace. A parlare gli si inceppa la lingua. E magari finirebbe col dire Qui sto meglio che a casa tua, c’è silenzio. Io sono abituato al silenzio. Finirebbe per dire qualcosa che non vuole. Che non pensa. Che non crede nemmeno. Lei non merita bugie.
Bevi qualcosa? Faccio un caffè?
Se è meglio del mio, sì.

 

È bollente e denso. E li guarda. Guarda lei, intenta a far sciogliere lo zucchero. E Filippo lo sorseggia già, per accertarsi che sia buono, che non ne resti disgustata. Non fa poi così schifo, sorride a se stesso. E si fa i complimenti che forse lei non gli farà. Ché parole ne dice tante. Ma dice solo quelle che le va. Una così, Filippo potrebbe solo odiarla. Solo detestarla, detestarne i silenzi, i complimenti taciuti, le colazioni non più seduti accanto. Ma, quando la guarda, gli piacciono i suoi occhi. E i suoi capelli ondulati, sparsi sulle spalle e sulle ossa. Le righe della sua faccia. Gli piace che sia così precisa nel mescolare quella bevanda nera, cosi sicura nell’afferrare la tazza, nel portarla alla bocca.
È buono, sorride.
Sono contento ti piaccia. Non è così male, hai ragione.
Non se l’aspettava glielo dicesse. Adesso dimmi che ti manco, che ti manca come sapevamo ascoltarci. Dimmi che ti manca come correvamo nei nostri corridoi vuoti.

 

Gaia voleva venire con me, ma si è addormentata sul divano.
Mi manca.
Anche tu le manchi.
Magari passerò a trovarla.
Ti manda questo. È il suo regalo per te.
Cerca qualcosa nella sua borsa scura e ingombrante. Una borsa di finta pelle nera, comprata con i saldi invernali. Si aiuta con l’altra mano. Prende un foglio. Lo estrae, gli sorride.
È per te, gli dice.
Filippo l’afferra subito. È piegato in quattro. È un po’ stropicciato. Lo apre.
È bellissimo.
lo dice d’istinto, senza metterlo bene a fuoco. Quella bimba ha fatto un disegno per lui. Qualunque cosa sia, non gli importa. Che ci sia raffigurato un drago o un prato o persino una sedia, non gli importa. Quella bimba ha pensato ad un regalo per lui. Gaia ha fatto un disegno per lui, questo soltanto gli interessa. Lo osserva bene. È bello davvero. C’è una bimba al centro, con le trecce gialle e una gonna larga e colorata. E, al suo fianco, c’è una donna bella e alta; ha gli occhi del colore del vento, come Anita. E poi c’è un uomo con la barba, con la barba gialla, con i capelli gialli. Un uomo che sorride. I bambini hanno fantasia. I bambini sanno immaginare quello che i grandi sanno soltanto comprare. Soltanto riscaldare. Soltanto ricordare. I bambini sono specchi senza riflesso, sono quello che si raccontano. I grandi sono specchi senza occhi, per non vedersi mai o per non vedersi abbastanza. Per non ricordarsi di doversi correggere. Correggere le macchie sulla faccia e sul cuore. Le rughe. Gli anni che passano e che non tornano. I bambini parlano mille lingue. Anche quella delle matite, dei pastelli, dei fogli bianchi, disegnano quello che le mani hanno il coraggio di dire. E forse anche sperare. Gli adulti ne parlano una soltanto. E arrancano. Stentano a capirsi e a farsi capire. I grandi dicono parole inutili. Dicono quello che non vorrebbero sentirsi dire. Pretendono quello che non sanno dire.
Siamo noi.
Magari diventerà un’artista. Mia figlia è molto brava a disegnare.
E anche a immaginare.
Si, soprattutto.

 

È tardi. Devo tornare a casa.
T’accompagno?
No, ho la macchina.
Facciamo un altro caffè?
Anita fa un cenno di “no” con la testa.
Devi solo arredarlo un po’. É un appartamento carino, gli dice poi.
Mi serviva un posto dove stare.
Hai detto che cercavi il tuo posto, non uno qualunque.
Io dico tante cose.
Si sorridono e si perdono di vista di nuovo. Sono in una foresta di alberi abbattuti. Sono neve che si sgretola al primo sole.
T’accompagno alla porta.
Grazie.
Magari cadranno per terra. Inciamperanno contro i giocattoli che non ci sono. E poi rideranno dei loro corpi distesi e scuciti. Si sentiranno ridicoli e si copriranno il volto con le mani. Ma poi torneranno a guardarsi, Ti sei fatta male?, No, tu?. E poi continueranno a ridere di loro, delle loro gambe che tremano, che tremano per la vicinanza, per quello che manca. Sono animali in gabbia. Ho voglia di ridere, pensa. E sorride perché se l’è detto. Di qualunque cosa, ridere di un film, di una battuta, di un disegno che metterà insieme a quella foto e che guarderà ogni mattina. Ridere di una bimba che sa immaginare. Una bambina che domani andrà a scuola e la sua mamma l’aiuterà a vestirsi, Ma voglio che sia Filippo a venirmi a prendere all’uscita. Ridere della stupidità dei grandi. Dei loro cuori affamati e stanchi. Ha voglia di fare rumore, come fanno gli adulti. Loro non mostrano soltanto i denti, loro iniziano a contorcersi, a piegarsi. Vuole essere come gli altri. Come quelli che sanno dire Rimani, non andartene. Vuole essere uno qualunque. Senza pretendere ricompense. Senza pretese. Senza armi inattese. Solo con i suoi occhi nocciola e questa piccola casa tutta bianca. Senza che qualcuno gli ridia indietro niente. Fanculo ai dieci anni persi. Ho dormito, ho recuperato le notti che non voglio dormire più. Che voglio fare l’amore con te. Che voglio sorriderti appena ti svegli.
Buonanotte, Filippo.
Aspetta…
Fa un passo indietro, lei. Alza gli occhi. S’incrociano.
Dimmi.
Tu basti a te stessa?
Ho imparato.
Scosta lo sguardo da lui. S’impara tutto nella vita. Anche a non contare più i ritardi e i piatti riscaldati nel microonde, né quelli buttati nell’immondizia ancora intatti. Come i sogni. I sogni sono fantasie di bimbi, intrappolate in corpi vecchi o invecchiati. In giorni vissuti troppo o troppo poco. Si impara anche a dimenticare. Ora io torno in quel cimitero di caduti e tu resterai qui a rimpiangere di non avermi fermata. Ognuno resta nel proprio campo minato, nel proprio acquario asciutto e deve andarsene, che sua figlia l’aspetta. Cammina ancora un po’ e lui continua a guardarla mentre s’allontana, mentre barcolla. Mentre sembra gli chieda di essere fermata. Non riesce a star fermo. Non riesce a trattenere il passo. Forse arriverà da lei e le dirà Aspetta, hai dimenticato le chiavi. O forse arriverà da lei e le dirà che voleva guardarla un’altra volta soltanto. Accelera il passo. È una serata di fughe e pretese, c’è chi scappa e chi vuole essere trattenuto. Voleva che sua madre lo trattenesse, anche con la forza. Ma ha pianto ed è andata via. Anita non piange. Ma vuole che qualcuno la fermi.
Aspetta!
Filippo…
La bacia senza pensarci. Senza scusarsi. Le sue labbra non gli appartengono. Non gli appartengono le sue braccia, le sue guance scarne. Ma non ha voglia di lasciarla andare, né di chiederle scusa. E lei non lo sta allontanando. Lei non gli sta chiedendo di rientrare e lasciarla andar via. Non sta parlando. Ha chiuso gli occhi. Io non sono bravo a baciare, ma resta zitto, con il cuore che scalpita perché è poggiato sul suo. Dicevi di non essere bravo nemmeno a sorridere, dicevi di non venire bene nelle foto. Dicevi troppe cose. Restiamo zitti o diciamoci soltanto che ci perdoniamo. Guardaci, Filippo. Siamo io e te. Arrugginiti e malati. Siamo sanguinanti. Mi sanguinano le braccia, la fronte, il cuore. Mi sanguina la pelle. Ho bruciato i miei giorni come si fa con le lettere dei vecchi amanti, quelli che non torneranno. Quelli che si sono detti addio. Io non voglio essere ghiaccio. Io non voglio essere un piatto freddo, un piatto dimenticato, ammuffito. Io voglio che mi sorridi perché sai farlo. E guardami, se ti dico di guardarmi. Ché la paura allontana i vigliacchi. E noi siamo già sconfitti, siamo già combattenti disarmati, siamo già rose non trapiantate. Cerchiamo di non essere anche vigliacchi. Guarda l’obiettivo e sorridi, mostra i tuoi denti. Attacchiamoci ai muri, nei diari, per la strada. E corriamo a braccia aperte, chiudendo gli occhi. Io voglio volare. Voglio volare ancora, come quando ero bambina. Voglio guardarci mentre ci chiediamo scusa. Per il tempo perso, dico. Per quello che verrà, che ci troverà solo un po’ più rotti e disillusi. Fammi illudere che stanotte non ci sia freddo, che sia primavera anche per noi. E stringimi ancora così, che voglio abituarmi alle gambe che tremano. Stringimi, che voglio abituarmi alle tue gambe che smettono di tremare.

 

Capitolo 14

 

È primavera e si sente sulla pelle. Si sentono gli uccelli che cantano in coro, è un canto temerario, vista l’ora. È l’alba e il cielo è quasi chiaro. Quasi come sempre. Quasi come quando si esce di casa ancora storditi, con gli occhi gonfi e le mani ruvide. Le mani indolenzite. Filippo ha imparato a non aspettare. Ha imparato a riempire la moca e a vederla riempirsi, a sentirne l’odore dal bagno, mentre piscia con la porta aperta perché sa che nessuno lo sorprenderà svestito e infreddolito. Nessuno lo troverà lì a dondolarsi, con lo sguardo sgualcito e le mani in mezzo alle gambe. Poi torna in cucina, si versa il caffè e lo beve con gusto. Lo beve specchiandosi al vetro della finestra. E si guarda la pancia, Devo perdere qualche chilo. E si manda al diavolo. È un altro giorno che si va a lavorare presto, che fa ancora freddo. Ma poi l’aria si scalda, si scalda l’umore. Si scalda l’aggeggio per i cappuccini. Ha imparato a farli e a vantarsene un po’. Oggi indossa una maglia scura, sotto una giacca di jeans. Oggi guarda il disegno di Gaia, ancora stropicciato. Ancora intatto, aperto sul tavolo. E sorride a quelle enormi facce che gli sorridono. Sono grandi e rotonde; se fossero così nella realtà, sarebbero buffi. Non che non lo siano già. Forse arriveranno giorni che le gomme sapranno cancellare. O forse arriveranno giorni di penne a inchiostro indelebile. Arriveranno giorni che non si potrà più aspettare. Un po’ come il caffè. Prima lo prendeva al lavoro, prima dell’inizio del suo turno. Ora lo prende in cucina. Ed è buono. E lascia la caffettiera sporca. E ogni sera si maledice per non averla ripulita.

 

Scusa per quel bacio.
Non devi scusarti.
C’è qualcuno? Non puoi parlare?
Cosa c’è da dire?
E poi hanno discusso del suo lavoro al bar, del dentifricio che protegge le gengive. Dei giorni di primavera, che sono più lunghi e più vuoti. Come estranei. Come due che non si sono detti dei cadaveri che nascondono nelle giacche invernali. Come due che Guadagni bene?, A fine mese è faticoso. Ma è cosi per tutti, a quanto pare. A quanto pare è così per tutti quelli che hanno il cuore sbiadito e gli occhi come caverne. Ognuno perdona i limiti degli altri, dei propri ne fa una condanna. Ognuno ha una casa che è una fossa, un nido di insoddisfazione, una vendemmia di allegria marcia. Ognuno capisce se stesso, ma a perdonarsi non ci pensa nemmeno. Sono persone piene di idee e vuote di coraggio. Di slanci. Di maschere credibili. Sono gente che Suonano alla porta, devo andare.

 

Esce di casa. Si tiene la gola, è ancora troppo presto per il sole che scalda la fronte e le palpebre sfatte. Cammina sicuro. Si è sempre sicuri, quando si sa dove andare. Quando si ha una meta. E lui ha un nuovo giorno di lavoro che l’aspetta. Sono giorni che sembrano figurine di calciatori, che i ragazzini comprano e attaccano nei loro raccoglitori. Le comprano per farsi invidiare dagli altri. Per vantarsi di quelle facce che non sorridono, che elemosinano credibilità, che hanno un posto da vendicare. E i doppioni restano a prendere polvere, a non scalciare per un posto da occupare. Non l’avranno mai. E finiranno per essere dimenticati e derisi. Sono giorni così. Giorni derisi. Giorni uguali. Doppioni. Sono bicchieri già sporchi, televisioni spente, talk show interrotti, foto ancora nascoste sotto bollette mai pagate. Le giornate somigliano agli uomini, che si imitano negli errori, che si spiegano nei discorsi contorti e mai chiariti. Che poi sbagliano di nuovo e abbassano gli occhi. Sono fatto così, dicono. E si giustificano. Sono settimane che sono fatte così.
Anita?
Si, sono io.
È successo qualcosa?, stringe il cellulare tra la spalla e l’orecchio, si rannicchia. Guarda l’orologio. È presto. Non è ancora giorno.
Fabio è con te?
No, perché?
Stanotte non è tornato. Non è ancora rientrato. Sono preoccupata.
Si ferma. Non cammina più. Lo cerca ancora. Si stupisce che non sia tornato. Che sia l’alba e lui non sia ancora a casa. E la sua voce è rotta. Rotta dalle bestemmie ferme in gola, dalle assenze a cui non si è ancora abituata. Non riesce a crederci. Lei lo aspetta ancora. Lo aspetta ancora, preoccupata e avvilita. Sorride a se stesso, con l’ironia di chi ha sotto i piedi la merda di un cane e si porta addosso la puzza di un errore non suo. Anita guarda ancora l’orologio al mattino, lo cerca nel letto, gli telefona per sapere se è vivo. Forse l’ha idealizzata. È soltanto una donna, come altre donne. Una che piange. Una che aspetta di essere sola per piangere, per buttarsi a terra come un cane bastonato. Una che si spezza le ossa da sola per dirsi malata. Una che elemosina due occhi che la guardino. Resta per un attimo zitto, Filippo. Ma vorrebbe dirle di cercarselo da sola. Di andarsene al diavolo. Sarà nel letto di un’altra, una che non gli ricorda che ha trent’anni. E tu lo sai meglio di me. Tu vuoi che ti dica che è con me. Ma cosa dovrebbe farci con me, con uno che ama sua moglie. Con uno che arriva in ritardo. O che non arriva affatto. Con uno che si spezza i tendini come le giornate. Va’ a cercartelo, vai a perdonarlo, ma non dirmelo. Mi manchi. Mi manchi tu. Ma non ci aspettiamo, tu non aspetti me.
Filippo, ci sei?
Te l’ho detto, non so dove sia.

 

E invece lo sa bene. Immagina sia a letto con qualche cameriera. Forse in quella casa dove andavano a fare le feste, da ragazzi, dove andavano a fare baldoria, a sentirsi immortali. A masticare pomeriggi di studio, qualche volta. Dove poi non si studiava mai, si rideva, si beveva birra. Ci si portava la fidanzata. Immagina sia lì con qualche bella donna, una che non fa caso al suo malumore. Una senza occhi lucidi. Senza occhiaie. Immagina sia lì a farci sesso. Hai una figlia a casa, coglione, gli direbbe. E gli spaccherebbe il muso. A lui, a sua moglie che lo aspetta. A quella bimba che è nata nella trincea di due bombardati. Alla loro casa colorata. A tutti i suoi ritardi, alle attese che costano. Odia il suo migliore amico. Odia che Anita gli abbia telefonato, che sia in pena per lui, che lo aspetti ancora. Non sopporta che lo aspetti ancora.

 

Ho capito, vuoi le chiavi di casa mia.
Hai indovinato.
Ci porti Viviana?
E chi, se no…?
Dimenticavo che tu sei fedele.
Voglio farle una sorpresa. Sei sicuro che possiamo stare tranquilli?
Si, certo. Dimmi solo quando sarai lì e potete stare tranquilli.
Sabato sera.
Domani ti porto le chiavi.
Festeggiamo il nostro primo anno insieme.
Erano tempi di cuori che battevano all’unisono, come campane a festa. Tempi di case prese in prestito per farci l’amore, per restare abbracciati e poi portarsi la colazione a letto. Loro avevano soltanto qualche brioche e un caffè annacquato. Un caffè che sapeva di calcare. Ma buono perché condiviso. Sopportabile perché bevuto dalla stessa tazzina.

 

Ha deciso di andare da lui. Andrà da lui e gli spaccherà la bocca. Lo prenderà a pugni. Gli dirà che ha una moglie a casa che lo aspetta. Che si preoccupa ancora per lui. Una che si stringe tra le lenzuola e che ha imparato a maledirsi, a spezzarsi l’umore e le ossa. Lasciala, tu non la meriti. Io non sono come te. Io non somiglio ai tuoi ritardi, io non ti somiglio affatto. Guardati e non perdonarti. Chissà se Fabio capirà queste parole. Forse gli riderà in faccia. Sei impazzito?, gli risponderà. E se ne andrà, con il suo sorriso spavaldo e le labbra bagnate. A te mancano le guance sfiorite che abbiamo io e lei, ma lui non capirà. E Filippo resterà su uno scalino, infreddolito, con un rimprovero da parte del suo capo, per il ritardo, e la consapevolezza di aver tentato di colorare il cielo.

 

Cammina veloce. A tratti corre. Vuole essere da lui presto. Vuole aprire quella porta, sorprenderlo con una donna, picchiarlo e poi lasciarlo fradicio e disfatto.
Arriverò in ritardo.
È successo qualcosa?
No, poi ti spiego. Coprimi il turno.
Filippo, hai la voce affannata.
E continua a correre, ad allontanare il sudore dalla fronte con le mani, con le braccia. Con la sua giacca di jeans. Spalanca gli occhi, guarda la strada che gli manca.

 

-Nonna?
Dimmi, tesoro.
Ho una domanda da farti.
Dimmi.
Tu ci credi agli extraterrestri?
Non ci ho mai pensato.
E pensaci.
Credo a ciò che vedo.
E Dio lo vedi?
Dio me lo porto dentro. Dio ci protegge.
Ma non lo vedi.
Cosa vuoi mangiare stasera per cena?
Forse mi perdonerà per questo dubbio. E mi proteggerà da altri dubbi.

 

Ricorda quando percorreva questa strada, da ragazzino. Viviana gli sorrideva e si stringevano, si tenevano per mano come l’autunno attorcigliato ai rami. Come si stringono due adolescenti, quando sembra che il mondo possa finire. E oggi non è come allora. L’asfalto è nuovo, le strade sono state ricucite. Anche i lampioni, sono più alti e più eleganti. Era una strada di campagna, una periferia dimenticata. Adesso è un angolo della città, un sofisticato stralcio di macchine e clacson impazziti. E Filippo ne resta ai bordi, sul marciapiede. Si guarda alle spalle. E corre ancora. Il sudore scende sulla sua faccia stanca, si ferma ai bordi dei suoi pensieri. Ai bordi dei pugni con cui gli spaccherà quel sorriso a bocca larga. Sembra che, da un momento all’altro, la strada possa spogliarsi e tornare il terreno sterrato di un tempo. Guarda un palazzo che non c’era e le macchine in doppia fila. Le macchine di un lunedì mattina. Di un giorno che il sole inizia a scaldare il cielo, non è più l’alba. C’è una mamma che accompagna il figlio a scuola. C’è un anziano che raccoglie un giornale da terra. E c’è una donna che corre più veloce di lui. Corre più forte, come se anche l’aria possa sverniciarsi e tornare la periferia di dieci anni fa. Di una vita fa. C’erano più alberi e meno mattoni, allora. Ma in dieci anni le cose cambiano. Sta per arrivare. Manca poco per quella casa, che era un nido di giovani innamorati, quelli che si ritagliavano istanti di amore confuso e acerbo. Ora è il nido di amanti che non si conoscono, che di sé sanno soltanto il nome. E a volte neanche quello. È diventata la raccolta dei rifiuti tossici, dei peccati che tutti sanno ma che nessuno confessa. Nessuno ci fa più le feste. Nessuno ci torna per le vacanze. È un luogo dove nessuno ci fa caso. Dove non serve accorgersene. Dove è meglio che nessuno se ne accorga.

 

Allora, lì davanti, ci metteva il suo motorino nero, lucido e truccato. Ora c’è la sua Opel grigia. Non aveva dubbi che fosse qui. Lo aspetterà fuori e, appena uscirà, gli urlerà che non è un uomo. Uno come lui non è un uomo. Oppure butterà giù la porta. S’accorge di essere fradicio. E si ferma, con l’affanno alla gola. Si ferma. S’attacca ad un muro ruvido, come a difendersi dalle gambe che lo reggono a fatica. E s’accorge di quanta strada abbia fatto. Ora le telefono. Le dico di venire qui, le mostro chi è suo marito, le mostro quello che già sa, ma non lo farebbe mai. Anita sa già tutto. Forse sapeva anche dove si trova suo marito. Forse non aveva bisogno che lui lo cercasse, che facesse tanti chilometri a piedi. Che si contorcesse, che si facesse venire una fitta al fianco sinistro. Forse aveva bisogno che le dicesse Sai bene dov’è tuo marito. Lascialo. Digli che non ti merita. Digli di tutti i fantasmi che non conosce. Vieni da me, che li conosco tutti. Io so chi sei, so quanti ne hai collezionati. Quanti monumenti alla memoria di ognuno hai sopportato. Ma non l’ha fatto. Non è andato al lavoro ed è nascosto dietro un muro di cemento grigio. È nascosto a spiare un uomo che odia. Che è il suo nemico migliore. Il suo unico nemico. Un estraneo, uno che, dei silenzi degli altri, non s’accorge affatto. Uno che sente solo ciò che fa rumore. Uno che forse uscirà da quella porta con una ragazza alta e distratta, che non si cura affatto che lui abbia una fede al dito, una bimba che disegna un uomo con la barba gialla accanto alla sua mamma. Fabio non ha la barba. E spesso dimentica anche di avere una bimba che sa disegnare. Con la fantasia dei suoi pochi anni e della sua memoria testarda, che solo l’amore inviolato insegna.

 

Fabio esce di casa. Indossa un giubbotto scuro, ha gli occhi abbassati. Filippo sente il rumore di quella porta, che è rimasta come allora; forse è stata ridipinta, ma è vecchia e rumorosa. Si muove sicuro. Si guarda intorno. C’è una donna alle sue spalle, gli dice qualcosa, lui si volta a sorriderle. Esce anche lei. La stringe a sé, l’avvicina a sé. Filippo si sposta un po’, strabuzza gli occhi. Per vederlo bene, per detestare i gesti che ruba a una che l’aspetta. A una che, vista l’ora, sta accompagnando la sua bambina a scuola. Una bimba che non chiede dove sia il suo papà, ma piuttosto perché a colazione non ci sia più Filippo. Lo guarda muoversi sicuro, scendere due o tre scalini, quelli che ci sono davanti alla porta marcia. La stringe sotto le sue braccia. Non riesce a vedere chi sia quella donna. Sarà una puttana, una che si fa pagare gli orgasmi. Una che si fa pagare anche i respiri. Vuole solo muoversi un po’. Andare davanti ai loro occhi e sputargli. Dirgli Non meriti quello che hai e troncare questo rapporto di discorsi banali, di camice nuove, di sorrisi sgualciti e pugni interrotti. Sale in macchina, Fabio. E quella donna gli è a fianco. Sorride ancora, dice qualcosa, muove le labbra a festa. Filippo si copre, come a cercare di rendersi invisibile. Tra poco, gli passeranno di fianco. Gli passeranno a pochi metri. E magari non s’accorgeranno di lui. Oppure salterà sulla strada e lo fermerà. Gli dirà di scendere, di fare a pugni. Di dire a quella donna che è una delle tante, di non credere alle sue parole, alle sue promesse. Sono bugie. Tra un attimo gli passeranno accanto e lui ha deciso che salterà fuori e gli taglierà la strada. Si metterà nel mezzo e allargherà le braccia. Magari lo metterà sotto e continuerà a ridere, mentre lei l’asseconda. Lo ammazzerà. Fabio è uno di quelli che lo schiaccerà e poi gli presterà soccorso. Non volevo, scusami, ma forse era esattamente quello che voleva, ha solo finto di non vederlo. Fanno tutti finta di non vedere, fino a convincersi che la strada sia vuota davvero.

 

Mette in moto. Lascia andare la frizione lentamente. Accelera. La sua Opel parte senza fatica. E sorridono ancora. Lei ha gli occhi che sembrano lumini di una chiesa sconsacrata. Una di quelle dove il peccato non è più peccato. Accelera ancora. Lei gli poggia una mano sulla coscia. Filippo sbuca fuori da quel muro. Ha la faccia stordita e le mani sporche di sudore e cemento. Si ferma in mezzo alla strada, con fare disinvolto. Senza alzare gli occhi, senza intimargli di fermarsi. Si ferma davanti ai loro occhi e ai loro fari spenti. Davanti alla gola secca di lei, che spalanca le palpebre e s’ingoia un singhiozzo. Fabio frena e allunga le mani sullo sterzo, le braccia sono due rette parallele, sono due bastoni. Si sente soltanto il lamento delle ruote che graffiano l’asfalto.
Tu sei una puttana, dice Filippo a bocca stretta, mentre guarda quella donna dai capelli scuri, che siede accanto a Fabio. Quella donna dai capelli colorati e finti.

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