IO BASTO A ME STESSO – capitoli 17 – 18

definitiva1

 

 

 

Capitolo 17

 

 Diario di Filippo

Cosa dicono i medici?
Non dicono niente.
Ce la farà?
Non lo so. Ma io ho visto come mi guardavano.
Come ti guardavano?
Come una pazza. Come si guarda una pazza.
Stringiti a me.
L’ho abbracciata forte, per non lasciarla scappare via. E ho sentito come tremava, come si è chiusa e rimpicciolita. È diventata un guscio vuoto, in quell’istante. Una larva. Una foglia. E avevo paura di romperle le ossa e le spalle. Di toglierle la pelle. Di non saper stare al mio posto. Di non sapermi chiudere intorno a lei senza stringere anche i vetri sporchi di quell’ospedale. Anche i pavimenti macchiati d’impronte di medici, di infermiere indaffarate o di gente annegata in quella pioggia, che preannunciava un’estate insolita. Ho avuto paura di non essere abbastanza. Fabio era lì, a pochi passi da noi, con la testa fasciata. E io ero a pezzi, ma tutto intero. Ero solo zuppo d’acqua, zuppo della pioggia che ho assorbito per arrivare in quel posto infelice. Ero solo più appesantito dalle mie scarpe cariche d’acqua. Ero solo più freddo e stropicciato. E lei mi guardava con gli occhi giganti e secchi. Con le ciglia ruvide. Mi guardava da seduta, mentre io cercavo di trovarmi un posto in quell’ospedale che conosco bene. Di trovarmi un posto in quella situazione. Io ero colpevole e non più vittima. Io sono colpevole e non più vittima. Non ero io l’uomo che la gente guardava attraverso un vetro, la persona per cui scomodava i santi in paradiso perché si risvegliasse. Non ero io quello che poteva avercela col mondo intero, che poteva bestemmiare Dio senza avere sensi di colpa. Non ero io quello paralizzato negli occhi e nei pensieri. Nelle lacrime degli altri, che speravo non piangessero per me. Io ero solo più appassito e stanco. Ma non in quel letto. Lì c’era lui. C’erano le sue corse in macchina, quel fumo che ho cercato di non farmi entrare nel naso. C’erano i miei ragionamenti sulla gente che finisce per riconoscersi estranea. O per non riconoscersi affatto. C’era il muro che ho messo tra noi, le mie parole arrabbiate, le sue notti di sesso con una sconosciuta. Le notti che non immaginavo passasse con mia sorella. In quel letto c’era il mio formicolio allo stomaco e i suoi occhi sbarrati. Il suo cervello fracassato. I punti di satura alla testa. E, quando mi sono trovato fuori posto, mi sono spaventato. Ho sentito un crampo allo stomaco. Ho passato la notte e guardarla, a imitarne i movimenti. Ho preso un caffè slavato e ho fatto finta che mi piacesse. Gliene ho portato uno, mi sono seduto accanto a lei. Le ho detto È colpa mia. E mi ha sorriso. Non le ho chiesto che significato avessero quei denti ancora sporchi di quella bevanda marrone. Senza odore. Ho abbassato lo sguardo. E ho sentito che mi ha poggiato una mano sulla coscia, mi ha accarezzato. E, per qualche secondo, ho cercato di capire cosa volesse dirmi, se mi chiedesse pietà o se elemosinasse il mio aiuto. Volevo dirglielo, Io sono un colpevole. Io sono quello di cui ho accusato gli altri. Un assassino, un nomade, un egoista. Io sono come mia madre. Come mio padre. Come mia sorella. Sono come tutti quelli che ho accusato, sono come tutti quelli che ho evitato, che ho sconfitto e rimpianto. Io non sono diverso. Sono solo più esperto in fughe di notte e in valige vuote. Ma io sono colpevole quanto gli altri. O forse di più. Perché conosco il peccato, conosco il peso della morte, la fatica di vivere dopo la morte. Io sono un recidivo. E ho passato tutta la notte a immaginare di poter tornare indietro, di lasciarlo in quella strada di cemento bagnato. E di rubargli la macchina, di mettermi a bordo e schiantarmi ancora una volta. Ché a fare la vittima ho imparato bene. Ma, a guardarlo attraverso quel vetro, non sono stato capace. E ho sperato che qualcuno mi chiedesse di andare a casa a riposare. Che qualcuno mi dicesse Hai gli occhi stanchi, vai a casa, ti do il cambio. E me ne sarei andato, anche sotto la pioggia, anche sotto i miei occhi pallidi e chiusi per metà. E invece sono rimasto lì. Mi ha detto Siamo tutti colpevoli, ma non ho avuto il coraggio di chiederle cosa volesse dire. Non sono bravo a chiedere spiegazioni. Mi è sempre piaciuto illudermi di poterci arrivare da solo. Mi è sempre piaciuto mostrare lo sguardo di uno che non ha bisogno di sentirsi dire altro. E stavolta ho aspettato che fosse lei ad abbassare gli occhi, ad alzarsi, a buttare il suo bicchiere sporco in un cestino di altri caffè abbandonati e brioche fredde. E, quando si è allontanata, mi sono sentito libero di non mentirle più. Libero di non dirle che ero stato io a ridurlo in fin di vita. Che mi sarei potuto vantare di essere un mostro e non un insetto. Non un debole. Ho passato tutta la vita a farmi colpire dagli altri. Da mia madre. Da mio padre, dai suoi giornali di partite perse. Da mia sorella. E, quella notte, mi sono vantato di non essere un perdente. Era colpa mia se era scappato via, se aveva sgommato e quel fumo mi aveva sporcato la faccia. Era colpa mia se alla prima curva non aveva visto la scarpata. Ho vissuto come un vanto la colpa di essere un colpevole, per non farmi sopraffare dalle mani gelide di Anita. Per non doverle chiedere perdono se, a causa mia, sua figlia non avrebbe avuto più un padre. Tanto lui non c’era mai, le avrei detto. E avrei sperato che mi sorridesse.

 

Ho sbadigliato due volte, quella mattina. Non perché avessi passato la notte in bianco, ché dormire non mi piace. Ma perché lei si era allontanata. Mi ha detto Vado a prendere un caffè, tu ne vuoi? e le ho detto di Si, per assicurarmi che tornasse. Ma non ne volevo affatto. Volevo sputarmelo addosso. Sono stati sbadigli di mancanza, di tempo interrotto. Di tempo a toccare quella sedia vuota e riscaldata dalle ore che era rimasta seduta. Mi è mancata. Mi è mancato bastarle. Mi sono mancati gli attimi che poggiava la sua testa sulla mia spalla, Sei scomodo?, mi domandava, No, poggiati pure. E ho immaginato non fossimo lì. Ho immaginato fossimo a casa, davanti al nostro tavolo di briciole dimenticate e cucchiai d’acciaio sporchi. E, quando è tornata a sedersi, volevo chiederle di non andarsene più. Volevo dirle che glielo avrei preso io, il prossimo. Ma tu non allontanarti. Io poi torno. Io voglio passare la mia vita a tornare da lei. Voglio passare la mia vita a non farmi aspettare. A dirle Bagnati la faccia, che sei asciutta e a insegnarle a fare un buon caffè, a riempire la moca, ad accendere i fornelli. Voglio passare la mia giornata a scarabocchiarci le guance, a troncarci le frasi, a impararne di nuove, ad effetto. Voglio passare le giornate a vedere i suoi occhi diventare grandi e scoppiare. A sbattere le palpebre e i pensieri e a chiederci il perché di ogni ritardo del destino. Perché siamo così buffi, così ridicoli, così impacciati. Sempre in ritardo nonostante il vantaggio, che la vita ci ha concesso, di essere un altro tempo. Di essere il nostro tempo.
È colpa mia.
Siamo tutti colpevoli.
Dimmi che vuol dire.
Vuol dire che non dobbiamo aspettarci più. Che non siamo bravi a farlo.

 

Quel giorno stesso, ho pensato di chiamare mia madre. Non avrei saputo cosa dirle, ero stordito e impreparato. Volevo dirle che mi bruciava lo stomaco, come era successo a lei per dieci anni. Volevo dirle che avevo ammazzato qualcuno anch’io. Che avevo smesso di essere una vittima e avevo iniziato a guardarmi le rughe intorno agli occhi. Questo volevo dirle. Volevo non darle il tempo di rispondermi. Ho le mani sporche di sangue, zittirla, poi aggiungere Il sangue di una persona a cui voglio bene. E aspettare che si mettesse a piangere. Che si sentisse anche responsabile. Che mi dicesse Non volevo che diventassi come me. E poi scoppiare a ridere, immaginare le sue mani strette sulle orecchie, per tarpare il suono della mia risata nervosa. E così avrei riattaccato. Così, senza dirle altro. Senza prometterle che ci saremmo risentiti ancora. La verità è che voglio dividere le mie colpe a metà. Voglio dividerle con chi ci è abituato. Con chi sa portare addosso il peso dei morti. O dei vivi che sono morti almeno una volta. Voglio che sia lei a chiamarmi, che mi dica Ci sei cascato anche tu. Hai qualcuno sulla coscienza. Non sei migliore di me e io forse riuscirò a piangere. Ma lei non mi chiamerà. Non mi accuserà di niente. Non mi dirà che siamo uguali. Avrà paura, come ne ho io. Forse ci somigliamo in questo. Siamo codardi, ladri di libertà altrui. Forse non siamo diversi. Rubiamo i giorni, come fossero caramelle a forma di animali. E li divoriamo come assassini seriali, sotto balconi sconosciuti. Vorrei abbracciarla, adesso. Sussurrarle all’orecchio di non dirmi mai che sono diventato come lei. Di dirmi che Fabio si riprenderà e che potrò perdonarmi. Sono un vigliacco, io. Aspetto che lui mi sorrida, con la sua faccia di cazzo, e che mi dica che va bene così. Che, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso. Fa’ l’uomo e non piangere, Ma io non so farlo, Lo fai già da un po’. Sto piangendo tutti i giorni che mi sono piegato all’odio. E vorrei che qualcuno mi vedesse, adesso. Qualcuno a cui poter dire Vedi, so farlo anch’io. E poi sentire gli applausi che m’inondano il cervello e la gola. Mi scivolano sulla faccia tutti quei momenti che le ho detto di starmi lontano. Che le ho detto che non avrei saputo perdonarla. E mia madre si è fatta da parte. Vattene al diavolo, le ho detto, e lei ci è andata. Con lo sguardo perplesso e bagnato da quello che ora mi scava lo stomaco, lei è andata dove io ho scelto di mandarla. Quella mattina non le ho telefonato. L’ho fatto qualche giorno dopo. Non so perché. Forse per infierire. Per ribadire che lei resta comunque la peggiore tra i colpevoli. O per chiederle di non trattarmi male. Io sono nuovo tra voi, volevo confidarle. Ma poi ho lasciato che le mie parole s’impossessassero di quello che potevamo farci sapere.
Mi fa piacere sentirti.
Come stai, mamma?
Come te.
Tu non puoi sapere come sto.
Mi hai chiamato, hai scelto di sentirmi. Sto come stai tu.
Ho sulla coscienza quello che sono diventato.

 

Mia sorella è venuta a trovarlo, qualche volta. Con le lacrime sulle guance e delle scarpe da donna, le scarpe di una che ha conosciuto il peso delle borse sotto gli occhi. Non l’ho guardata. Ho fatto finta non ci fosse. Ho chiesto ad Anita di prendere un po’ d’aria. Di non guardare quella scena squallida, la scena di una che va a trovare il suo amante quasi morto. Di una che non si vergogna, che non chiede scusa. Che non dice Forse è anche colpa mia. Ha camminato passi felpati e silenziosi. Si è presentata davanti a quel vetro, ha versato una lacrima, se l’è asciugata subito. E io volevo metterla al posto suo. Al posto di un amico che lei mi ha tolto. Volevo graffiarle la bocca. La fronte. Volevo dirle di andarsene. Ma poi Anita mi ha trattenuto. Non dire niente, mi ha detto. E mi ha stretto forte la mano. Mi ha rotto le ossa. Mi ha rotto i tendini. Mi ha spaccato i polsi. Non ho avuto il coraggio di guardarla. Di voltarmi a osservare come si erano mossi i suoi capelli a quelle parole. Ho solo lasciato che mi stringesse. Che mi chiedesse di tacere. E mi ha salvato di nuovo.
Me l’ha detto lui.
Quando?
Una sera. Mi ha detto che l’avrebbe lasciata. Che sarebbe andato tutto bene.
E tu gli hai creduto?
Ho fatto finta. Come mille altre volte, del resto.

 

È venuta a casa mia. Forse si riprenderà, mi ha detto. E le ho chiesto di dirmi di più, ma dice che i medici sono restii a sbilanciarsi È venuta con Gaia, Voleva vederti. E anche io volevo vederla. Volevo stringerla. Volevo dirle che il suo disegno l’ho attaccato vicino al mio letto spoglio. E anche la nostra foto mi è accanto. Gliel’ho mostrati. Le ho mostrato dove dormo. Ma è tutto bianco, devo farti degli altri disegni. E spero me li faccia. Spero mi riempia la casa di disegni. Di gente che si stringe per mano, che si chiede perdono. Che impara ad azzardare le parole dell’assenza, che diventa perdono, alla peggio rabbia. Di gente che sa immaginarsi diversa. Che sa immaginare. Piccola, è colpa mia se il tuo papà è in ospedale, vorrei saperle dire. Non ci credo, tu sei bravo, mi direbbe. E come potrei spiegarle che noi adulti non sappiamo essere una cosa soltanto. Non sappiamo immaginare, non sappiamo colpirci, non ci piace ammazzarci ma solo vederci lacrimare il petto e i rimpianti. Come lo spiego a quella bambina che sono come gli altri, che non sono speciale, che non vedo più gli scoiattoli sugli alberi, da quando non vado più a prenderla a scuola. Come faccio a spiegarle che vorrei rannicchiami nel suo letto di bambole. Come glielo dico che amo la sua mamma. Dovrei spiegarle come siamo fatti, noi che viviamo in quest’età di mezzo. Dovrei farle capire come ci parliamo, cosa ci diciamo. Come tacciamo. Come cerchiamo di farci capire. O di non farci capire affatto. Vorrei tornare alla tua età. Credo di essere stato anch’io come te. Voglio ricominciare a disegnare degli adulti con le facce grandi, che scoppiano d’allegria. Voglio disegnarmi con la barba gialla e proporzionata. Non così, non come un farabutto, come un pesce senz’acqua, come un inverno senza cappotti pesanti. Voglio disegnarci mentre ci abbracciamo, mentre ci diciamo capaci di farlo. Mentre non lo diciamo affatto, ché non ci servono parole, nemmeno scorciatoie. La vita è davanti a noi. Gaia, io vorrei prenderti per mano e giurarti che ogni giorno vedremo gli aerei volare. Voglio imparare a rispettare le promesse. Voglio imparare a farmi la barba almeno una volta a settimana. A insegnarti a portare la bicicletta. A non fare del male alla gente. A non farne a me stesso. Amore, io voglio imparare a perdonare. A perdonarmi. A non sbagliare più. Dillo alla tua mamma, dillo a tutti. Dillo che io voglio diventare uno che chiede scusa, uno che non odia, che non si difende. Diglielo e promettimi che mi guarderai ancora così. Che mi sorriderai ancora cosi. Che colorerai questa casa spoglia di facce felici. Promettiamoci di essere felici, Gaia.
Dai, saluta Filippo e andiamo.
Ma io voglio restare ancora un po’!
È tardi. Dobbiamo andare.
Speravo non andassero via. Ma sono andate al loro posto. E io gliel’ho promesso. E le promesse fatte ai bambini vanno mantenute. Io troverò il mio posto. Che sia su un aereo o sotto un ombrello, io lo troverò. E chiamerò quella bimba Ti piace? Aiutami a colorarlo, le dirò. E mi farò spiegare come si fa. Come si fa a immaginare. Come si fa a immaginarsi ancora imbrattati di acquerelli e matite colorate.

 

Ce la farà. Hanno detto che ci vorrà del tempo, ma ce la farà.
Sono felice, Anita.
Hai le mani gelate. Tu tremi.
Mi piace quando mi guardi così.
Così come?
Così come adesso. Salvami, Anita.
Avrei voluto baciarla, in quell’ospedale, con gli occhi di Fabio puntati addosso. Avrei voluto baciarla in mezzo a quei malati come noi. Avrei voluto che mi stringesse ancora per un istante le mani, che non smettesse di annegare i suoi occhi nei miei. Avrei potuto aggiungere qualcosa, ma mi sono detto che, a star zitti, noi siamo più bravi. E ho taciuto le parole che avevo preparato. Ho lasciato che si allontanasse un po’. Vado a prendere una boccata d’aria, mi ha detto. Volevo dirle Poi però torna, ma mi sono sentito ridicolo. Certo che torna, tornano tutti, tutti s’accorgono di doverti dire ancora qualcosa, mi sono detto. E ho aspettato che prendesse la sua aria, il vento caldo e strafottente degli ultimi giorni. Ho aspettato come un viaggiatore alla stazione. Ho aspettato il mio momento, il mio vagone, i miei compagni di viaggio. Ho aspettato di prenderci confidenza, di togliermi la giacca, di sentirmi a mio agio. Volevo solo che riprendessimo da dove avevamo scelto di lasciare. Da quel tentativo di salvataggio che lei ha interrotto. Noi stessi siamo interrotti. Abbiamo i battiti accelerati e poi sospesi. Siamo fazzoletti bagnati da un pianto d’addio. Siamo un bacio d’addio. Siamo quello che i miei trent’anni mi offrono. Poi è tornata. Mi ha detto che fuori sembra quasi estate. E volevo dirle di piangere, di gridarmi addosso che siamo uguali agli altri, di spaccarmi il muso. Di non stringermi più le mani. Qualsiasi cosa, Ma non parlarmi del tempo, ché io e te non siamo come quei compagni di scompartimento di un treno sporco. Ma lei si è seduta su una di quelle sedie azzurre e io ho scelto di guardarla da lontano. Di farle compagnia da lontano. Va’ a casa, magari sei stanco, me l’ha ripetuto una o due volte, senza guardarmi negli occhi. Forse non voleva che me ne andassi. E io non me ne sono andato. Cosa avrei potuto fare? Tornarmene a casa e mordermi le braccia e la rabbia? No, non era il caso. Ho scelto di restare con lei, anche distanti, anche zitti. Anche a costo di spremere i silenzi come fossero la sola alternativa al nostro amore intentato. Siamo animali randagi. Ho passato un’altra notte con lei. Su quelle stesse sedie, nello stesso angolo. Ho iniziato a prenderci gusto, a stare bene. La notte ci ha insegnato ad abbassare la guardia. A chiederci aiuto. A cercarci le spalle come cuscini e le parole come antidoto alla nostra malinconia. Nelle nostre notti, io e lei abbiamo imparato a bastarci. Abbiamo trovato il nostro posto tra le nostre braccia. Mi piace quando si addormenta addosso a me e io resto sveglio a proteggerla. Mi piace quando mi poggia le mani sul petto, quando divento la sua casa. L’altra notte gliel’ho detto. Lei dormiva. O forse fingeva di dormire. Gliel’ho sussurrato tra i suoi capelli ondulati e stanchi. Le ho detto Ti amo. E lei era bella, con gli occhi chiusi e le labbra attaccate. Forse non volevo mi sentisse, perché sono un vigliacco. Ma siamo stati perfetti. Mi batteva il cuore e glielo ripetevo. E mi sembrava di vederla sorridere. Mi sembrava fosse sveglia e potesse dirmi qualcosa. Mi tremava il cuore, Ti amo, Anita. Ti amo che quasi ho paura di non riuscire a smettere di dirtelo.

 

Al suo risveglio, non le ho detto che non avevo chiuso occhio.
Scusami, devi essere stato scomodo, stanotte.
No.
Hai la faccia stanca.
No, davvero. Non sono stanco. Ho anche sognato.
Cos’hai sognato?
Che toccavamo le nuvole da una mongolfiera.

 

Non so perché, ma ha scelto di tornarsene a casa con me. Fare due passi mi farà bene, mi ha detto. Ma non si trattava di due passi, lo sapevamo bene entrambi. Ho pensato che volesse dirmi qualcosa. Aveva una t-shirt chiara e i capelli raccolti in una coda arruffata. Ma era bella. Era così sincera quando aveva il fiatone e gli occhi scavati. Ho scelto di fermarmi perché non aveva più senso muoversi l’uno di fianco all’altra, guardare il sole che ci picchiava addosso il suo umore incerto, lasciarci andare ai rumori delle macchine, ai semafori verdi, ai pedoni nervosi. Siamo crocefissi senza chiodi e senza sangue. Siamo i ritardi dei treni. Siamo il sudore che accompagna i nostri passi, che lucida le nostre fronti. Mi sono fermato perché non volevo che quel viaggio finisse senza esserci guardati negli occhi almeno un istante.
Perché ti sei fermato?
Così.
E ho ripreso a camminarle dietro. A sperare che mi vedesse, mentre le sorridevo e le chiedevo di soppiatto di non lasciarmi da solo. Ma poi si è fermata lei.
Oggi è l’anniversario della morte di mia sorella.
Perdonati, Anita. Che la vita non restituisce niente. La vita non ridà indietro niente.
Tu hai qualcuno da perdonare?
Sto cercando di perdonarmi. Sto cercando di perdonare quello che sono.
E abbiamo ripreso a camminarci di fianco. Vorrei poter inventare, per lei, parole che il mondo non conosce ancora. Per Anita, per tutta quella gente che ho tradito, che non ho fatto in tempo a perdonare. Per mio padre. Mi manca. Mi manca non poter tornare indietro e strappargli quel giornale dalle mani. Non poter sputare nel suo latte. Non potergli urlare in faccia che siamo ancora in tempo per parlarci da grandi. Mi manca non poter fermare i minuti, fermarli a quella sera che l’ho visto cadere per terra. Mi manca non aver chiesto a quei medici di salvarlo. Oggi gli direi che avremmo dovuto farci più domande, che avremmo dovuto apparecchiare meno tavole e più pensieri. Mentre camminavo con Anita, ho pensato a lui. E adesso non riesco a togliermi dalla testa che mi manca vederli amarsi come ragazzini e poi farsi del male. Mi manca quello che io, più che la vita, ho scelto di togliermi. Noi, più che le scelte che facciamo, siamo quello che non abbiamo avuto il coraggio di fare. Avrei dovuto picchiarlo. Sì, come un figlio che picchia un padre, come un ingrato, come un bastardo. Avrei dovuto fargli uscire il sangue dal naso, sbatterlo al muro, strappargli i capelli. Ma non avrei dovuto accettare che fossimo due che non sapevano parlarsi. Mi manca potergli dire Papà, mi sono innamorato.
E volevo dirglielo, mentre camminava accanto a me, Mi hai insegnato anche questo, amore. Mi hai insegnato a sentire la sua mancanza. E lei mi avrebbe detto di non sopravvalutarla, e io le avrei mostrato le mie lacrime arrugginite scivolarmi sulla bocca, fino ad entrarci dentro. Perdonati, Anita. Perdonati, ché la vita non ti concederà di tornare indietro. Non ti ridarà tua sorella. Perdonati, tu che puoi. Perdoniamoci, che loro forse ridono di noi che non sappiamo nemmeno piangerci addosso. Ho imparato a trasmettergliele le cose, senza usare troppe parole. Non ce l’ho fatta. Mi sono fermato di nuovo. Ma lei non me ne ha chiesto il motivo. Mi ha sussurrato di appartenerci per qualche minuto. E io non ho chiesto se avessi sentito bene. L’ho stretta a me. Le ho poggiato la testa sul mio petto. E mi sono accertato che avesse gli occhi ben aperti.
Ti amo, le ho sussurrato a mia volta.

 

Capitolo 18

-Non credevi che ce l’avrei fatta, non è così?
-Non è stato facile.
-Io sono duro a morire.
-Sono felice.
Filippo alza lo sguardo. Gli è seduto accanto, accanto al suo letto alto e bianco. È una barca che torna al molo, che ha fatto un giro disordinato, ma che ha scelto di tornare. Filippo ha tirato un sospiro di sollievo. E l’ha guardato staccarsi le palpebre, sbatterle un po’, stupirsi nel vederci ancora. E si stupiscono tutt’ora a sorridersi nella stessa stanza, tra parole un po’ paralizzate e malconce. Come loro. Parole indurite come i panini che dimenticavano di mangiare, quando correvano a dare calci ad un pallone, e le loro mamme, al ritorno a casa, urlavano per quel pane ancora intatto e ingiallito. Già da allora non era fatto per il calcio. Non gli piaceva, era imbalsamato. Fabio picchiava forte, correva e sapeva sciogliersi i nodi delle gambe, non inciampava più di una volta. Era vita a metà, quella. Erano giorni di mezzi pensieri, mezze paure, mezzi ritorni. Sembravano grandi. Ma, a pensarci adesso, era una vita ovattata. Loro stessi erano ovattati. Erano granelli di sabbia in riva al mare, incapaci di asciugarsi, sempre pronti a confondersi nel sale di quell’infinito azzurro. Ora sono grandi. E i muri non sono più imbottiti di cotone. Ora, a sbatterci, ci si fa male. Ad andarci contro, si finisce per spaccarsi la testa e i ricordi. Lo sanno bene entrambi, adesso. Sono cresciuti. Si sorridono e si parlano da zitti. Si dicono che va tutto bene. Sono stato vicino a tua moglie, è una donna forte, Lo so bene, solo lei poteva sopportarmi al suo fianco. Tutte parole non dette, ma immaginate bene. E forse Filippo vorrebbe dirgli che lui, quella donna, la ama. Forse, ora che sta meglio, potrebbe parlargliene. Potrebbe dirgli Ci siamo scoperti simili nella stessa malattia, nello stesso cimitero. E Fabio potrebbe rispondergli La botta in testa l’ho presa io, ma devi esserti rincretinito tu. E potrebbero ridere e far finta di niente, bere un caffè tiepido e parlare dell’infermiera che sembra essersi invaghita di Fabio. Restano zitti a scrutarsi. Filippo accenna una parola. La sua bocca è semiaperta, le sue mani si muovono in avanti. Ma resta zitto, torna composto. Mette a sedere anche le frasi che stava per riscaldare, prima di sputarle alla rinfusa.
Devi dirmi qualcosa?, se n’è accorto, Fabio.
No.
Sembrava mi stessi per dire qualcosa.
Non so chiedere scusa. E credo non lo sappia fare nemmeno tu. Inventiamoci un modo per chiederci di perdonarci.

 

Gli racconta che il lavoro non gli manca affatto. Che Gaia gli ha fatto un disegno. Che l’ha perso. Che per un po’ non potrà andare in palestra. Che Mi passi un bicchier d’acqua?, ma vorrebbe una birra. Che non vede l’ora gli ricrescano i capelli. Che spera non si veda la cicatrice. Che aveva già sbattuto la testa, da ragazzino, cadendo dallo scooter truccato. Che vorrebbe sapere dov’è andato a finire. Che magari ci farà un giro. Che la sua Opel grigia gli mancherà. Che Da quando hai iniziato a curarti la barba?, che quest’estate sarà calda.
Ho lasciato tua sorella.
Perché l’hai fatto?
Perché credo nei segni.
Che segni?
Potevo morire. Potevo non farcela. Filippo, io e te siamo nati due volte.
T’accorgerai che cambia tutto e niente.
Cambia che voglio imparare a fare quello che non ho fatto prima.

 

Sarà un’estate da sudore attaccato agli occhi e alle fronti. Sarà un’estate di mani e ventagli da muovere. Un’estate da convincersi di poterla sopportare. Già oggi fa caldo. Filippo apre un po’ la finestra, giusto uno spiraglio.
Aprine di più.
È meglio di no.
Non ho mica la febbre, e sorride.
Sono questi i momenti in cui s’impara a mettere in fila le parole, per farle entrare tutte. Per dirsi capaci di raccontarsi. Di far pace con le assenze. Con i buchi e le cartoline mai spedite. Sono questi i momenti che ci si chiede il permesso per iniziare a dire qualcosa. Ci si interrompe, ci si dà la precedenza, sperando che l’altro dica No, insisto, inizia tu. Ché, poi, ad iniziare, non si è capaci. La lingua s’indolenzisce. Le guance bruciano. La gola balla e accerchia le parole. E si finisce per spezzare concetti raccolti a fatica, discorsi preparati e confezionati. Verità abbellite. Forse vorrebbe dirgli che bisogna che imparino a guardarsi in faccia. Che imparino a guardarsi le rughe di maschi invecchiati. Bisognerebbe iniziare a stancarsi di migliorarsi le linee della faccia. Diciamoci quello che siamo. Facciamo la conta, chi esce, inizia. Anche a costo di non essere capito e di doverlo ripetere daccapo, Filippo vorrebbe dirglielo. Vorrebbe dirgli che, se un giorno avrà una figlia, vuole che sia come Gaia. Vuole che Anita non lo aspetti più la sera. Che abbia di nuovo un senso stare nella stessa stanza a sorridersi e leccarsi le ferite di trentenni rinati. O mai morti. O ancora da ammazzare.
Potresti imparare a fare il marito.
Ci ho provato, qualche volta.
Qualche volta non basta, forse.
Credo che me ne andrò.
L’hai detto già mille altre volte. Te l’ho detto. T’accorgerai che non cambia niente.

 

Ha preso una pausa da quella convivenza forzata. Dai discorsi rubati alla loro adolescenza. L’alternativa era un caffè poco convincente, ma si è fatto convincere. Cammina, mentre lo sorseggia, e, voltandosi, vorrebbe sputarselo alle spalle. Il tempo si diverte a mescolare le carte, ma non a strapparle. Il tempo è nemico a metà e assassino a metà. Colpisce ma nasconde la mano. Il tempo non cambia nulla. E loro resteranno così. Si fermeranno prima di riuscirsi a parlare, prima di riuscire a dire le cose per bene, a promettersi di esserne capaci e poi scordarsi il motivo di tanta tenacia bugiarda. Ora tornerà da Fabio. Si racconteranno di quando, a scuola, gli passava i compiti in classe, di quando cercava di suggerirgli le risposte. Di quando si prendevano in giro e si picchiavano. E poi ridevano alla gente che li credeva pazzi. Saluteranno il passato con un assaggio di malinconia e andranno incontro al futuro con un accenno d’allegria storpia. E poi si diranno che è meglio salutarsi, per oggi, che di frasi ne hanno consumate fin troppe. Meglio lasciarne qualcuna per domani, per quando il tempo sembrerà fermarsi e ci s’impegnerà a farlo straripare di discorsi accampati in tende d’emergenza.

 

Non s’impara la vita masticando parole.
Non dirmi che s’impara soffrendo, che è banale.
Non l’avrei detto.
Cosa avresti detto?
Che non si impara mai.
Questo, forse, è ancora più banale.
Dici? Io dico che un giorno t’innamorerai e non troverai una spiegazione.
Tutto ha una spiegazione.
Tutto. Tranne quello che l’amore ci impone.

 

Non dev’essere un granché quel caffè.
Sorride, Filippo. Poi annuisce e poggia il bicchiere semivuoto sul comodino di pillole e acqua pallida di Fabio.
Fa schifo.
La finestra è spalancata. Fabio deve essersi alzato, mentre Filippo era via. Si guardano e si riconoscono. Sorridono e abbassano gli occhi. Come quando, complici, rubavano quelle caramelle e scappavano dai rimproveri delle loro mamme. Si resta un po’ bambini, in fondo. Si resta un po’ puliti. E ci si vergogna di essere ancora un po’ ingenui. Quel gesto fa arrossire entrambi. Quella finestra aperta e un colpevole da cercare, li colora e li stringe. Si diventa complici di chi ci somiglia negli errori, più che nei passi corretti. Che la cosa giusta è un attimo, un errore è tutta la vita. Ci si sceglie per imparare a sbagliare di pari passo. Per dividersi colpe e spari. Per dividersi proiettili e ghiaccio per le ferite. Per non aver bisogno di guardarsi alle spalle. Forse, loro due sono sempre stati questo. Sono sempre stati peccatori uguali, timidi e incapaci di darsi il cambio.
Non scherzavo quando dicevo che me ne andrò.
Non pensavo, infatti, che stessi scherzando.
Il mio posto non è questo.
E credi di aver capito qual è?
Ho capito quale non è. Va bene lo stesso?

 

Non credeva che sarebbe successo di nuovo. Non credeva che avrebbe stretto la sua mano minuscola e che avrebbe avuto di nuovo paura di farle male. Di essere troppo vecchio per lei. Troppo appassito. Ma lei gli cammina accanto e qualche volta gli sorride. E lui ricambia. Quando attraversano la strada, non la lascia andare, la protegge. Poi le indica tutti gli aerei che passano sulle loro teste e sulle loro storie.
Com’è volare?, gli chiede Gaia.
Non lo ricordo più.
Gaia sorride di nuovo, del resto nemmeno lei ricorda quando la notte non chiudeva occhio. Eppure la sua mamma glielo racconta spesso. É normale dimenticare. Lo fanno anche i bambini. Vorrebbe dirglielo. Vorrebbe dirlo a Filippo, di non preoccuparsi, di non abbassare gli occhi. Ché tutti cancellano i ricordi. Anche quelli che non hanno peccato.
Che bello che sei venuto a prendermi tu!
Sei felice?
Annuisce. Come sanno fare solo i piccoli, però. Con gli occhi che ballano e i capelli acconciati a festa. Con le guance che si colorano di rosso. Le invidia le gambe leggere, Filippo. Le invidia che possa ancora imparare, che possa ancora sorprendersi. Che posso ancora dimenticare, senza conoscere il rimpianto della rinuncia. Le invidia i passi, i passi incalzanti di un’infanzia tradita. I passi svelti e leggeri di chi non sa cosa significhi pentirsi. O comprare nuovi libri per cercarsi in storie sconosciute. E poi buttarli via, perché la vita è un’altra cosa. La vita non è carta, non è inchiostro. Non è un diario che ti tiene compagnia la notte. Non è frasi ad affetto o silenzi interminabili. La vita è quando si impara a spiegare ad una bimba che non sarà sempre così. Che poi gli alberi diventeranno insignificanti. Che poi i caffè saranno disgustosi, ma necessari. Che poi ci si imbratterà la mente, ma non le mani. O forse la vita è non spiegarglielo mai. Avere la forza di lasciarla sbagliare. Di lasciarla sbranare dai suoi stessi tormenti senza dirle È così che si fa. La vita non s’impara mai.

 

Filippo?
Dimmi.
Si ferma. Si abbassa. Gli piace diventare piccolo come lei. Vedere quello che vede lei.
Mi porti a vedere i gabbiani?
I gabbiani?
Si, i gabbiani.
Torna ad alzarsi. Non è facile vedere quello che vede lei.

 

Forse li vedrà. Forse sarà fortunata. Oppure no. Ai bambini però è difficile spiegare cosa sia la fortuna. Fortunatamente io non ci credo, vorrebbe dirle. Ma finirebbe per confonderla. O per farla ridere. Decide di mettersi a sedere accanto a lei, su di una panchina imbrattata d’amore. Per un attimo spera che lei non sappia leggere. Ma ha già imparato. E magari leggerà quei messaggi di ragazzine abbandonate, di amori finiti male o lasciati a metà. Di ragazzi che s’improvvisano adulti, che credono sia per sempre. Di donne solo nell’aspetto, di frasi rubate a cioccolatini alla nocciola. Rubate a poeti mai studiati, a poeti tolti alle pagine di un libro che non leggeranno mai. Prese in prestito dai mercenari, da chi ne sa più di loro. Da chi sa dirlo meglio di loro. Una panchina di piccole storie. Di una Laura che dice addio al suo Simone. Di un nome incomprensibile che si è sciolto sotto la pioggia battente. Un posto per sedersi e guardare il mare. O per scoprire che ci sono cuori che smettono di battere, bimbi che iniziano a sognare, ventenni che si promettono un “per sempre” come fosse una promessa qualunque. Lui non ha mai scritto su di una panchina. L’ha scritto sui muri. Consapevole, forse, che un inverno trascurato l’avrebbe portato via.
Domani sarò un gabbiano.
E Filippo annuisce. Perché i bambini hanno fantasia, è risaputo.
Papà però non verrà.

 

Gaia, forse è meglio tornare a casa. Magari ci torniamo un altro giorno. Prima o poi ti farò vedere i gabbiani, te lo prometto.
No, aspettiamo ancora un po’!
Dondola le sue gambe e mancano parecchi centimetri perché possa toccare l’asfalto. Aspetta di vederli. Ha gli occhi che brillano al sole caldo. E le guance vive. Filippo sembra un gigante accanto a lei. Le sue gambe non dondolano e l’asfalto è duro.
Quella di domani sarà la tua prima recita?
Si.
E chi farà il gatto?
Il mio compagno di banco, si chiama Mauro, fa una smorfia e si tocca il naso quasi a sviare un cattivo odore.
Ti sta antipatico?
Mi ha detto che verranno a vederlo sia la sua mamma che il suo papà.
E continua a dondolarsi. Continua ad aspettare che un gabbiano le si palesi davanti agli occhi. Che possa tornare a scuola e dire loro che non solo i gatti, ma anche i gabbiani esistono per davvero. Che non esiste solo quello che si vede. Se no, non esisterebbero gli occhi lucidi e i pianti interrotti per non farsi scoprire. Per non dirsi ancora bambini.

 

Giurami che presto mi riporterai qui e aspetteremo di vederli!
Te l’ho promesso.
Camminano e si tengono per mano. Ma non gliela stringe più, Gaia. Non come prima. E rallenta il passo, si guarda indietro. Ma dopo un po’ si arrende, guarda il marciapiede, i cassonetti dell’immondizia, le case incartate in recinti di legno e le mamme che trascinano i figli disubbidienti. Lei non fa rumore. Non parla neanche più. È macchiata della delusione dei piccoli, che stringono le labbra e sembra che non ci sia più un giorno per tornarci, per fermarsi ore ad aspettare. O forse ha ragione. Forse quel momento non arriverà. Forse non torneranno a sedersi lì, in silenzio, a guardare le barche e il molo. Le corde e i pesci della prima acqua trasparente. E magari i gabbiani, bianchi e nobili. Gaia ha solo capito che i grandi, le promesse, non sanno mantenerle. Sanno solo dire Dopo e ripeterlo quando quel “dopo” sarà arrivato. Forse per questo non sa più stringergli la mano e Filippo ha paura, come prima o più di prima, di farle del male. Di non essere capace di riportarla a casa. Di non essere quello giusto per lei. Di non riuscire a farla sognare. Come è già successo con gli scoiattoli. Con gli aerei, con gli aquiloni e i fiori.
Piccolina… guarda che te l’ho promesso. Ti porterò a vedere i gabbiani.
Dimmi quando ci torniamo.
Presto.
No, dimmi il giorno.
Scende di nuovo verso di lei. S’abbassa, si inginocchia, è piccolo come Gaia.
Mercoledì prossimo.
ha detto un giorno a caso, senza pensarci. Il suo stomaco fa uno strano brusio. Mercoledì lei lo ricorderà. E lui dovrà esserci, non dovrà deluderla. Non dovrà macchiarsi dei peccati che si porta sulle spalle e nelle ossa. Non dovrà rimandare a un domani che lei scriverà nei diari e nei jeans da donna, che imparerà a indossare. Lo promette a se stesso, non a lei soltanto. Dovrà esserci. Dovrà imparare ad esserci.
Vola solo chi osa farlo, glielo sussurra quasi senza pensarci.
Sorride, Gaia, fa una strana smorfia, le si appuntiscono le orecchie e gli occhi.
Conosci la mia recita?
Sono un gabbiano anche io. Magari voleremo insieme, un giorno.

 

Ha scelto di esserci. In silenzio, però. Tra le mamme ansiose e sfinite da quella parte suggerita e prontamente confusa dai loro figli timidi. Si sente una conchiglia sulla neve. Ma crede nei gabbiani, in chi sa ancora alzarsi in volo. Gaia è vestita di bianco, ha i capelli sciolti sulle spalle, un becco giallo e buffo. È piccola. È al centro del palcoscenico e sorride alla sua mamma, che non le suggerisce la sua parte, che non le anticipa le parole. Anche lui è stato protagonista di una recita. Ma era impacciato, si raggomitolava le braccia e le parole uscivano a fatica. Le gambe erano fil di ferro. E le scarpe troppo pesanti. S’imbarazza ancora un po’, a ripensarci. Sorride. Si guarda attorno e cerca di tornare serio. Ma nessuno s’accorgerà di lui, dei suoi ricordi sbiaditi e a tratti inventati. Ha imparato a colmare le assenze con l’immaginazione, come fa Gaia. È arrugginito e incapace, ma ci prova. Del resto è la vita che l’impone. E se lo ripete più volte, per non sentirsi ridicolo. Per non sentirsi più basso e buffo di quella bimba. Vorrebbe urlarle che è brava, che è la più brava. Che può ancora concedersi il lusso di sbagliare con le parole, può ancora fermarsi un attimo prima di dirle e avere paura. Di tutta la gente o del suo papà che non c’è. Ma lei no, è forte. E quella parte che recita spedita lo commuove. Lo commuove sperare che sia diversa. Che sia migliore. Che possa evitare di diventare una sedia. Un tronco d’albero. Una strada senza uscita. Vedi, amore? Impariamo da tua figlia. Andiamo a casa, chiediamole come ha fatto. E diciamoglielo, abbiamo il coraggio di dirle che noi non ce l’avremmo fatta, che ci saremmo fermati, che ci saremmo sentiti inadatti. Facciamoci raccontare come ha fatto a essere un gabbiano, pur non avendolo mai visto ancora. E faremo come lei. Saremo felici, senza esserci mai visti. Sorrideremo senza ricordarci che siamo stati dei peccati irrisolti. Dormiremo abbracciati senza esserci mai immaginati così.

 

«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba.
La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
«La Pioggia. L’acqua. Mi piace!» stridette.
«Ora volerai» miagolò Zorba.
«Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono» stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra.
«Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo» miagolò Zorba.
«Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti» stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perché come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
«Vola!» miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.
Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
«Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse, sospirando.
«Si, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah si? E cosa ha capito?» chiese l’umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.
(La gabbianella e il gatto – Luis Seùlveda)

 

S’avvicina ad Anita. È dietro di lei. Ma non vuole interromperle. Anita la riveste, le toglie quel grande becco giallo. Le accarezza i capelli e le sorride come meglio può.
Filippo!
ma forse sperava che Gaia si accorgesse di lui. Lascia Anita in ginocchio, intenta a sistemare la sua gonna azzurra. Corre verso di lui. Gli si attacca al collo. Sale tra le sue braccia. Lo stringe forte.
C’eri anche tu?
Si. Sei stata bravissima.
Lo stringe ancora, forse è più grande di quello che dice di essere. Sa a chi attaccarsi. A chi dare i respiri, a chi sussurrare all’orecchio. A chi concedere il suo entusiasmo come fosse un regalo da scartare. Gaia sorride, Filippo l’aiuta a scendere. Anche Anita sorride e li guarda. Li guarda tenersi per mano, mentre continua a mostrare le sue guance scavate e gli occhi umidi. Gli occhi di chi può ancora imparare a piangere. O l’ha già fatto senza rendersene conto.

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