La famiglia va difesa dalla vostra ignoranza, non dai gay

Ci diciamo la verità, una volta per tutte? L’espressione “famiglia tradizionale” non significa una benamata minchia.

Cos’è la famiglia tradizionale? Quella in cui ci sono papà, mamma e uno o più figli nati nel sacro vincolo del matrimonio. Bene, quindi le coppie che convivono e hanno un figlio cosa sono? E quelle in cui un genitore è morto? E quelle separate? Ammettiamolo, “tradizionale” è un modo politicamente corretto per dire “normale” e la normalità, da che mondo è mondo, è soltanto un punto di vista. Quel che è normale per me, quindi ciò a cui io sono abituato, non è normale per te. Semplice, mi pare.

Manifesto congresso di Verona

Eppure ancora qualcuno si ostina a credere di poter stabilire cosa sia la normalità e cosa rappresenti un rischio per questa normalità. A me tutto questo fa schifo, mi fa schifo pensare che qualcuno possa considerarmi un rischio, che qualcuno pensi che io sia inadeguato ad essere padre, soltanto perché sono diverso da una “tradizione” che è soltanto un punto di vista (ignorante), non una verità assoluta. “Tradizionale” significa “normale“ ed è normale la realtà che meno ci spaventa. E la realtà che meno ci spaventa è quella composta da mamma, papà e figlio.

Ma, se pensiamo che in alcune parti del mondo è naturale che un uomo abbia dieci mogli e altrettanti figli da ognuna di loro, il concetto di normalità diventa relativo e vincolante. Per questo, da sempre, io lo temo e temo chi ne abusa per mascherare la propria ignoranza. E ignoranza è paura. Non mi piace l’aggettivo “tradizionale”, è pieno di niente. La famiglia non ha nulla a che fare con il sesso o la sessualità di chi la compone. La sessualità di una persona non la qualifica, ma questo, nel 2019, non è ancora chiaro.

Sono stanco, perché io sono un uomo. Punto. Pensare che qualcuno possa catalogare la gente in gruppi e sottogruppi, mi pare quanto di più svilente possa sopportare l’evoluzione umana. Voglio pensare che ciascuno di noi si senta offeso dall’ignoranza che, più di ogni altra cosa, è il cancro mortale dell’umanità. E che tutte le famiglie abbiano pari dignità, perché siamo tutti diversi per qualcun altro. Ed essere diversi gli uni dagli altri è l’unica cosa normale che esista al mondo.

gadget regalato ai partecipati al congresso di Verona

Chiariamo un’altra cosa. Qualcuno scrive “Perché i gay possono fare il gay pride e noi non possiamo fare il congresso delle famiglie?“. Ve lo spiego in maniera semplice: la parola “pride” significa “orgoglio” e il gay pride è nato in un momento storico in cui era necessario dire «Non mi vergogno di essere quel che sono, anzi, ne vado orgoglioso». Il gay pride, che peraltro oggi si chiama solo pride e celebra tutte le realtà arcobaleno, non toglie niente a nessuno, è una festa in cui si celebra la libertà di ognuno di essere quel che è. È un evento per ribadire la volontà di essere ascoltati e rispettati. Non è un evento offensivo né lesivo, alla peggio è una festa colorata e, qualche volta, eccentrica (vi ho preso parte più volte, vi assicuro che è meno eccentrica di quel che fanno credere in televisione).

Il congresso delle famiglie, invece, toglie. Che cosa? Diritti, dignità, rispetto. Offende, mortifica, sminuisce. E non perché sia io a dirlo, ma perché è un dato di fatto: si tratta di persone ignoranti, frustrate, infelici che lottano in nome di una normalità che è soltanto un punto di vista. Il loro punto di vista. Ve ne prego, non confondiamo le due cose, perché sono molto diverse. Qualsiasi movimento nasca per togliere qualcosa a qualcuno è sempre sbagliato, crea sempre un danno. Perché dietro le etichette che (ci) mettono addosso, ci sono delle persone. Pensiamoci.

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