I miei anni al liceo e quel «Come stai?» mai arrivato

Basilio Petruzza

Recentemente mi sono ritrovato a parlare con un’amica di un argomento che non toccavo da un po’: il liceo. Rettifico: i miei anni al liceo. L’adolescenza, la rabbia, la voglia non dichiarata di somigliare agli altri, ché essere diversi era insostenibile. E poi i compagni, i primi amori timidi, gli insegnanti. Io ci ho aggiunto la mia storia, i miei 105 chili, mio padre lontano da me, mia madre a un centimetro da me. E altre cose, come la mia sessualità, la mia sensibilità, che diventa una malattia ogni volta che la uso a sproposito.

Ho pensato a quando, nell’arco di poco più di un anno, ho preso quasi trenta chili. Ho pensato a quando aprivo i libri per nasconderci dentro l’involucro dei cioccolatini. Ne mangiavo venti, trenta al giorno. Ogni pomeriggio, di nascosto. Ma non studiavo, non più. Non riuscivo a concentrarmi. Eppure ero bravo a scuola. No, non il primo della classe, prendevo nove nei compiti di Italiano e tre in quelli di Geometria, ma ero in gamba, di quelli che la mamma torna a casa col sorriso perché «non è portato per la Matematica, ma studia, ci prova, ce la farà». E ce la facevo.

Ad un certo punto, però, non ce l’ho fatta più. I tre sono rimasti tre e gli otto sono diventati sei, a volte cinque, persino quattro. E quello che ricordo è il silenzio dei miei insegnati, il loro sguardo di giudizio, ma mai una parola. Nessuno mi ha chiesto «C’è qualcosa che non va?» oppure «Ti va di fare due chiacchiere?», oppure ancora «Hai bisogno di aiuto?». Niente di niente. Solo numeri, voti, valutazioni. E velate minacce «Guarda che se non studi non ti ammettiamo agli esami». Ma agli esami ci sono arrivato. Grasso, brutto e arrabbiato, ma ci sono arrivato. E mi sono diplomato con 68.

Sono rimasto deluso, a quell’età puoi ancora concederti il lusso di essere deluso per un numero. Mi hanno risposto «Dovresti ringraziarci per esserne venuto fuori». Io avrei dovuto ringraziarli? Oggi mi viene da ridere, ma quel giorno ho pianto. Perché è stato mortificante, perché non ero fuori da un bel niente. Ero fuori da quel liceo, ma non dalla frustrazione che mi hanno insegnato a provare.

L’ho sofferta, l’ho combattuta, l’ho affrontata e l’ho vinta. C’è voluto del tempo, tanto. Ho scritto, giorno e notte, per mesi. Senza tregua. L’ho vinta, ma non devo ringraziarli di nulla. Questo per dire che non si sceglie di fare gli insegnanti, si è insegnanti. È come essere medici, dalla loro vita ne dipendono altre.

Da quel «Come stai?» mai arrivato, dipendeva la mia. Ma ce l’ho fatta lo stesso, senza lasciarmi incattivire. Senza diventare qualcosa che non sono.

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