Biografia

Quello che ho sempre fatto è stato usare le parole. Fin da quando ero bambino, riempivo pagine intere, andavo oltre il margine per non sprecare nemmeno un centimetro di me. Perché, tra quelle righe, ritrovavo me stesso, tutti i pezzi che fanno un uomo. Un uomo consapevole e risolto. O quantomeno capace di conoscersi, riconoscersi e bastarsi. O, più probabilmente, capace di dirsi che non si basterà mai, mai abbastanza, mai del tutto. Scrivo, da sempre, per concedermi qualcosa o per accorgermene in tempo. Perché quando le parole che penso passano attraverso le mie mani e le scrivo, diventano l’unica verità a cui rispondere. A volte, fa male. Ma è necessario. Io sono tutte le parole che ho scritto; tante, confuse, ammassate. E sono quelle che scriverò, perché è l’unico modo che io conosca per conoscermi. Per vivere la mia storia, la mia occasione, la mia speranza. Per vivere. 
Ho iniziato che ero un bambino, l’ho già detto.

frantumiIl mio primo romanzo risale al 2002, avevo undici anni e ricordo di averlo scritto a mano, su un quaderno, durante l’estate tra la quinta elementare e la prima media. Conservo ancora oggi quei fogli, quel racconto, lo sguardo stupito dell’unica persona a cui l’ho fatto leggere: la mia maestra di allora, una persona molto dolce. Mi ha detto “hai talento”, ho sussurrato “significa che ti piace?” e ho aspettato con ansia la sua risposta, il suo sorriso materno e sincero. È stata la prima persona che, esattamente dieci anni dopo, ho invitato alla presentazione di “Frantumi”, il mio romanzo d’esordio. 
“Frantumi” è arrivato per caso, durante una lezione all’università. Mi sono laureato al Dams di Messina, allora frequentavo ancora il primo anno. Sono frammenti di vita, di ricordi, di paure, di speranze soffocate dal bisogno asfissiante di avere tutte le risposte, e di averle subito. Frammenti di coraggio e codardia, perché spesso le parole si scrivono da sole, le rileggi e ci trovi ancorate tutte le cose che volevi sapere, senza aver mai posto le domande giuste. Non puoi chiederti “sto bene?”, se vuoi sentirti dire “sto bene”. Devi saper passare attraverso la possibilità di non stare bene. E di non volerlo ammettere, soprattutto. A te stesso, su tutti.

Ho scritto anche il testo di una canzone, che porta lo stesso titolo del romanzo. Gli ultimi versi recitano “Scrivo di te, ma le parole fanno solo rumore. Ora sono ancora in frantumi, ora esco e vado a vivere”. E quel “te” a cui mi riferisco sono io. Sono quello che ero prima di questo libro. Ma non sono quello che sono diventano dopo averlo scritto, perché sono cresciuto. Sono diventato più adulto, più responsabile, più cautamente felice. La consapevolezza è felicità, a volte. Anzi, quasi sempre. “Frantumi” (il brano) porta anche la firma di William Manera, un cantautore siciliano, come me, che vive a Bologna. Lui ne ha scritto la melodia. Insieme abbiamo deciso di affidarlo a Maria Sole Caldiero. La canzone, insieme al libro, è stata presentata nell’Aprile del 2012.


Io basto a me stesso” è una storia lunga e complicata, che prima o poi potrò dire. Ma, senza volerlo, è diventata una nuova canzone. Io ne ho scritto il testo; William, ancora una volta, le note. E Maria Sole l’ha interpretata mettendoci l’anima che non ho avuto bisogno di chiederle, perché si è ritrovata in quelle parole e le ha fatte sue. Siamo andati a Sanremo, con un atteggiamento un po’ ostinato e naif (chi sogna mantiene sempre intatta la propria ingenuità, anche se dice il contrario). Abbiamo partecipato alle selezioni di Sanremo Lab, per provare a gareggiare tra i giovani della sessantatreesima edizione del Festival di Sanremo. Ho assistito all’esibizione di Maria Sole davanti ai tre selezionatori (Niccolò Agliardi, Andrea Mirò e Omar Pedrini). Non dimenticherò mai l’istante in cui Niccolò si è rivolto verso di me e mi ha detto “queste parole spaccano il cuore”. Abbiamo superato solo la prima selezione, poi siamo tornati a casa. Felici, però. Col senno di poi, abbiamo capito che non saremmo potuti arrivare su quel palco, non avevamo ancora un progetto alle spalle, né una casa discografica a sostenerci. Abbiamo scoperto noi stessi, però, un’altra parte di me. Un altro frammento di vita che tornava prepotentemente al suo posto. O lo trovava per la prima volta.


Ho scritto, negli anni, quasi ottanta testi. E la maggior parte sono ancora nel cassetto. Aspetto l’occasione per farne un’occasione giusta. E, se non dovesse succedere mai, resteranno parole che avevo bisogno di ingoiare e restituire, servivano a me, alla mia crescita, ai miei anni, a dar loro dignità e, prima ancora, attenzione. Scrivere è anche un atto di affetto verso me stesso. È complicato trovare qualcuno che si rispecchi nelle cose che scrivi, nelle rime che componi, nelle lacrime che hai versato pensandole, prima, e rileggendole, dopo. È complicato trovare qualcuno che voglia cantarle, che si ritrovi nel mio stato d’animo senza raccontarglielo, solo trasferendoci, quasi per osmosi, le stesse emozioni. Quindi, finché non mi riconoscerò in qualcuno e qualcuno non si riconoscerà in me, resteranno cumuli di parole, embrioni di canzoni, frantumi della mia storia. Tutta intera, con gli spigoli e i tornanti più pericolosi.


Per quasi un anno, ho avuto la possibilità di lavorare in un piccolo blog (Sant’Agata e Dintorni) che mi ha permesso di parlare di musica, la mia più grande passione. Ma anche di televisione e, più in generale, di spettacolo. È stata un’esperienza importante, come importante è stato imparare a fermarmi, conoscere e approfondire quello che credevo di sapere. Ma t’accorgi che non basta, non basta se parli agli altri, non basta se vuoi che gli altri ti ascoltino e si interessino a quello che dici. Non devi dimostrare di sapere di più, ma di sapere bene. E di voler imparare ancora. Così ho fatto un viaggio nella storia della musica, nel suo presente, scontrandomi con la sua faccia più bella e anche con quella più bistrattata; ho raccontato –a mio modo- Mia Martini e i talent show, Sanremo e Arisa, la televisione che mi piace e quella che non mi piacerà mai abbastanza; cos’è per me l’arte, dove finisce l’arte e inizia un prodotto, cos’è un prodotto, cosa governa un sistema e chi governa il sistema stesso. Mi sono messo al servizio di parole nuove. E qui –in parte- continuerò a farlo.

Ora vivo a Roma, ho realizzato il sogno di abitare in questo posto in cui la magia resiste alla fatica del tempo che passa, della gente che non la rispetta o che ne dimentica la bellezza invadente, pur guardandola ogni giorno. Ad Ottobre 2015 è uscito “La neve all’alba”, il mio secondo romanzo. Racconto di Mauro, un giovane ragazzo che si scontra con un dolore invasivo e crudele e che, con le sue sole forze, dovrà imparare a dare un nome al proprio malessere. È un romanzo di speranza, nonostante tutto. In questo sono cambiato: ho imparato a guardare oltre me, a non aver fretta di riempire un vuoto, a chiamarlo col suo nome. Ho capito che la felicità non ha una direzione soltanto, ma il punto di partenza è sempre uguale: l’amore per se stessi, per la propria storia e il proprio vissuto, è da lì che inizia il vero viaggio della vita. Ed è lì che deve saper arrivare. È la fine che spiega l’inizio, che gli dà un senso.

C’era ancora un tassello da mettere al suo posto, un tassello che ha un nome, una storia e tutta la gratitudine che gli devo. Si tratta di “Io basto a me stesso”, un romanzo che avevo scritto all’età di vent’anni e che avevo conservato in un cassetto. “Io basto a me stesso” è nato dopo “Frantumi” e prima de “La neve all’alba”. Il rischio che correva era quello di restare recluso tra ciò che ero e ciò che faticosamente sono diventato. Ma ho scelto di dargli l’occasione che sapevo meritasse. Così – adesso – è qui, tra tutte le parole che posso e che rischio, a disposizione di chi, la mia storia, sa leggerla tra le righe. Racconto di Filippo, che torna alla vita dopo dieci anni di coma. Racconto la fatica di tornare nei propri panni, quando non ci si riconosce più, quando la vita è davanti e ogni ricordo diventa un buon pretesto per non accogliere il tempo a venire. E poi racconto la puntualità del destino, che si compie una volta soltanto, il resto è abilità a vivere. A perdonarsi. Il resto è soltanto futuro, per chi sa farne un’occasione.

Io credo fortemente nel caso. Ma credo ancor di più in chi se ne accorge in tempo. Non in chi se ne fa testimone, o soltanto spettatore, ma in chi ne diventa parte. È un caso che, in una notte di novembre del 2016, mi siano arrivate – prepotenti e inaspettate – le parole di “Ogni volta che è Natale”. Non è affatto un caso, invece, che siano diventate un cortometraggio. Una buona idea è soltanto una coincidenza fortunata. Non è un caso, però, che le storie che ho scritto siano diventate il racconto – fedele e commosso – del Natale di tanta gente. E, così, il mio Natale è diventato nostro, mio e di tutte le persone che si sono riconosciute nelle mie parole. “Ogni volta che è Natale” non sarebbe stato possibile senza il talento e la sensibilità di Elisa Sorge e Nicholas Martini, che si sono occupati del montaggio e della regia. E senza la verità di tutte le persone che vi hanno preso parte. Ho parlato di mio padre, di ogni dicembre che l’ho aspettato. E, senza accorgermene, ho raccontato la bellezza di sapersi aspettare, che non è mai un caso. È l’espressione più fedele che l’amore possa avere.

E poi è arrivato “Parte del discorso”, un blog di cultura e società, che mi permette di raccontare la musica, quella che ascolto e quella che ho imparato ad ascoltare. Con “Parte del discorso” ho capito che le parole dedicate all’arte non sono mai (o soltanto) un accessorio dell’arte, sono una prospettiva da cui affacciarsi per riconoscerla. O per riconoscersi. Recensisco album musicali, parlo degli eventi a cui partecipo, intervisto artisti della scena pop e indie italiana e penso che l’onestà sia da preservare, perché non esiste bellezza senza sincerità. Anche se stanno cercando di convincerci che non sia così.

E, nel frattempo, sono qui a dire tutte le parole che posso, che sono tutto quello che ho e so fare. Non so se bene o male; so solo che, finché mi farà stare bene scrivere, sarà questa l’unica strada che mi concederò di fare. E, quando mancherà, la riempirò ostinatamente di parole.“La vita ha più fantasia di noi”, mi ha detto – una volta – una mia amica. E ha aggiunto: “proveremo a dimostrarlo, anche se solitamente noi siamo dall’altra parte.”